Impianti retinici: a che punto siamo e cosa ci riserva il futuro

Stanislao Rizzo

Risultati entusiasmanti e traversie finanziarie si incrociano nel racconto di uno dei chirurghi più esperti del settore in Italia. Il lungo periodo di sperimentazione tra i principali ostacoli allo sviluppo delle nuove tecnologie. Ma all’IRCCS Gemelli un nuovo impianto da 400 elettrodi potrebbe arrivare presto in sperimentazione.

Intervista a Stanislao Rizzo, Direttore della Clinica Oculistica del Policlinico e IRCCS A. Gemelli di Roma e Professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Stanislao Rizzo è uno dei pochi chirurghi oculistici al mondo ad aver impiantato protesi retiniche con regolarità. I suoi pazienti, sottoposti all’impianto della protesi Argus, hanno iniziato a percepire di nuovo forme in scala di grigi.

“Si tratta di un risultato entusiasmante dal punto di vista medico e tecnologico, ma non è possibile considerarlo un ‘recupero’ della vista – spiega il Professore-. È un inizio. Sono convinto, però, che aumentando la complessità delle protesi, la rappresentazione visiva migliorerà in maniera sostanziale”.

La tecnologia alla base dell’intervento prevede l’impianto di un disco di elettrodi all’interno dell’occhio, sulla superficie della retina centrale, la macula, stimolando le cellule nervose deputate alla trasmissione degli stimoli luminosi al cervello. Una telecamera ed un piccolo computer esterno filmano e rielaborano le immagini comunicando in maniera wireless con gli elettrodi della protesi. Questi, ricevuto un preciso impulso radio modulato sulle immagini di volta in volta caricate dalla telecamera, stimolano la retina e la corteccia visiva permettendole di raffigurare le forme dell’ambiente circostante.

Non è un sistema adatto a tutti

“Solo i pazienti divenuti ciechi in età adulta– spiega Rizzo – possono trarne beneficio perché la corteccia visiva deve aver ricevuto durante lo sviluppo della visione i necessari stimoli per la sua crescita. Una delle patologie che possano risentire favorevolmente di tale tecnologia è la retinite pigmentosa avanzata, in cui i fotorecettori retinici sono andati completamente distrutti ma le cellule deputate alla conduzione dello stimolo visivo ancora sopravvivono.

Il fatto che gli impianti retinici possano, tutto sommato, rivolgersi ad un bacino limitato di pazienti e che la rappresentazione visiva offerta sia ancora limitata, ha comportato il sostanziale fallimento delle aziende che avevano aperto la strada nel settore. “Gli investitori – spiega Rizzo – hanno ritirato i finanziamenti. A demotivarli non erano tanto i costi degli impianti in se stessi[1], quanto piuttosto quelli della ricerca. Costi che potevano essere recuperati solo dopo moltissimi anni. Il percorso di sperimentazione e approvazione per un tipo di protesi è, infatti, di circa 12 anni”.

Il fallimento delle aziende pionieri e i lunghi tempi di attesa hanno rappresentato una battuta d’arresto per la branca degli impianti retinici, ma non ne hanno decretato la fine.

“Al contrario – spiega Rizzo – contiamo di poter presto avviare una sperimentazione all’IRCCS Gemelli che riguarderà una protesi con 400 elettrodi. Comparati ai 60 dell’Argus confidiamo offrirà una risoluzione molto maggiore con corrispondente beneficio per i pazienti”.


[1] Circa 100mila Euro nel caso dell’Argus