Geni… in famiglia

DNA

DNAGeni… in famiglia Identificate le unità ereditarie del Dna che inibiscono la rigenerazione del nervo ottico 20 ottobre 2009 – Riparare il nervo ottico , ossia il ‘cavetto biologico’ che trasporta i segnali bioelettrici dalla retina al cervello: è questo il sogno di molti pazienti e oculisti. Tuttavia, attualmente non si riesce a rigenerarlo se, ad esempio, è stato danneggiato da malattie quali il glaucoma , le neuriti , da patologie degenerative oppure da traumi. Le due strade principali perseguite dalla ricerca sono, da un lato, l’impiego delle cellule staminali (cellule ‘bambine’) e, dall’altro, la terapia genica. Proprio quest’ultima strada è stata seguita con una ricerca condotta da due università americane (University of Miami Miller School of Medicine e University of Pennsylvania), grazie a cui è stata identificata una famiglia di geni che possono controllare e inibire la rigenerazione del nervo ottico. Dunque, accendendo o spegnendo artificialmente degli interruttori genetici si è tentato di riparare il danno (modificando il Dna, il ‘programma della vita’). Nello studio – pubblicato sulla rivista Science – sono stati esaminati oltre 100 geni che potrebbero avere un ruolo nella rigenerazione retinica. La famiglia di geni, indicata con la sigla KLF, potrebbe giocare un ruolo essenziale a livello del nervo ottico (riuscirebbe a bloccarne le capacità rigenerative) e dei neuroni cerebrali. “Siamo eccitati da questa scoperta – ha dichiarato il Prof. Vance Lemmon (della University of Miami Miller School of Medicine) – perché lo studio ci fa comprendere come i geni che controllano la rigenerazione vengano attivati e disattivati. In particolare, [il gene] KLF4 sembra essere più potente degli altri nell’inibire la rigenerazione [nervosa]”. Infatti, cellule retiniche (dette ganglionali) prive del KLF4 hanno dimostrato maggiori capacità di ricrescita sia in vitro che in vivo, in seguito a danni al nervo ottico. Quindi, futuri studi dovranno cercare di bloccare l’azione di quel gene per far sì che i meccanismi di ‘autoriparazione’ abbiano la meglio.

Fonti: University of Miami Miller School of Medicine, Science