Intravitreali

Intravitreale

Cosa sono?

Intravitreale Le iniezioni intravitreali permettono di introdurre direttamente nell’occhio un determinato farmaco attraverso la sclera (la parte bianca dell’occhio), iniettandola nel liquido gelatinoso che riempie l’occhio (corpo vitreo), il quale è a contatto con la retina: il principio attivo viene assorbito da quest’ultima.

Da chi possono essere effettuate?

Vengono praticate da un oculista qualificato. I farmaci attualmente approvati ed utilizzati per uso intraoculare sono gli anti-VEGF (inibitori della formazione di nuovi vasi sanguigni retinici anomali) e cortisonici.

In quali casi specifici possono essere utili?

Gli anti-VEGF sono utilizzati nel trattamento della degenerazione maculare legata all’età (forma umida o essudativa), nell’edema maculare diabetico e nell’edema causato da trombosi dei vasi retinici.
I cortisonici sono approvati ed utilizzati per il trattamento dell’edema maculare dovuto a una trombosi dei vasi retinici e per patologie infiammatorie dell’occhio (ad esempio l’uveite).

Come si effettuano?

L’iniezione viene eseguita in ambiente controllato (sala operatoria), in condizioni di sterilità. E’ eseguita in anestesia topica, cioè mediante istillazione di colliri anestetici. Il tempo d’iniezione è molto veloce, circa un minuto, e la sensazione avvertita è minima e della durata di pochi secondi. Dopo l’iniezione è possibile vedere delle mosche volanti (corpi mobili) all’interno del campo visivo che scompaiono, in genere, dopo qualche ora e nel punto d’iniezione potrà comparire una piccola emorragia. Una volta ricevuta l’iniezione, quindi, si può tornare a casa accompagnati. La terapia successiva è a base di colliri antibiotici e cortisonici (per sfiammare e prevenire le infezioni). Il primo controllo viene eseguito in ambulatorio il giorno successivo. A distanza di circa 2-3 settimane e, in base ai casi, sarà eseguito un ulteriore controllo.

Che efficacia hanno?

L’efficacia delle iniezioni intravitreali dipende dal tipo di malattia trattata e dal grado di avanzamento della malattia stessa.

Quanto durano gli effetti?

Edema maculare diabetico (fondo oculare)Nella degenerazione maculare essudativa viene praticata un’iniezione al mese per i primi tre mesi; in seguito l’oculista controlla mensilmente la vista e il quadro clinico somministrando ulteriori iniezioni in caso di peggioramento della vista. Nell’edema maculare diabetico o dovuto a trombosi dei vasi retinici viene praticata un’iniezione al mese sino al raggiungimento di una visione che si mantenga stabile per tre mesi consecutivi. La durata degli effetti è dunque variabile.

Quali sono i possibili rischi delle intravitreali?

I rischi si dividono in generali ed oculari.

Complicanze generali: ogni farmaco è potenzialmente in grado di determinare una reazione allergica in una ridotta percentuale della popolazione. I sintomi della reazione allergica sono rappresentati da reazione cutanea, orticaria, prurito, insufficienza respiratorie e raramente morte. Ogni forma di allergia, sospetta o conclamata, deve essere riferita al proprio oculista.

Complicanze oculari: si distinguono in intraoperatorie e postoperatorie.

  • Complicanze intraoperatorie: lacerazione della congiuntiva, lesione del cristallino, emorragia vitreale, emorragia coroideale.
  • Complicanze postoperatorie: lacerazione della retina, distacco di retina, distacco di coroide, endoftalmite (infezione del globo oculare), alterazioni della macula, emorragia retinica e/o vitreale (sanguinamento della parte posteriore dell’occhio), cataratta, rottura della sclera, glaucoma.

A quali esami è necessario sottoporsi?

Prima dell’iniezione intravitreale e per monitorare nel tempo gli effetti di tale terapia è necessario sottoporsi ad esame della vista, tonometria, OCT (esame non invasivo che consente di visualizzare i singoli strati della retina) e, quando necessario, alla fluorangiografia.

Trabeculectomia

Deflusso dell'umore acqueo nella camera anteriore dell'occhio

Cos’è la trabeculectomia?

Deflusso dell'umore acqueo nella camera anteriore dell'occhio
La trabeculectomia è un intervento chirurgico il cui scopo è quello di arrestare il progredire dei danni oculari provocati dal glaucoma, correlati a una pressione oculare elevata. È comunque indispensabile che il medico oculista consultato sia certo che il valore pressorio sia patologico per l’occhio in esame e che, quindi, sia necessario ottenere una sua riduzione (anche con i rischi che il procedimento chirurgico comporta). Trattandosi, infatti, di un intervento invasivo può essere effettuato solo su persone con diagnosi certa di glaucoma che avessero una ridotta risposta ai farmaci (colliri ipotonizzanti) e/o una scarsa tolleranza nei loro confronti.

In cosa consiste?

L’intervento di trabeculectomia rientra tra quelli definiti “filtranti protetti”. Tali interventi prevedono l’asportazione di una piccola porzione profonda di tessuto oculare esterno (limbus corneo-sclerale contenente il trabecolato e il canale di Schlemm) creando una sorta di “sportellino” da cui far defluire l’umor acqueo, facendo così diminuire la pressione interna dell’occhio.

Che problemi si possono presentare?

Gli eventuali insuccessi nella trabeculectomia sono fondamentalmente legati a una cicatrizzazione indesiderata che ostacolano il deflusso dell’umor acqueo. Per prevenire questo normale processo, che si manifesta più rapidamente nei giovani o nei diabetici, si utilizzano delle sostanze particolari che inibiscono la proliferazione del tessuto cicatriziale (antimetaboliti) o si procura artificialmente un aumento del deflusso innestando una valvola artificiale.

Ci possono essere complicazioni?

Ovviamente sì. Si possono distinguere complicanze che avvengono nel corso dell’operazione (intraoperatorie) da quelle successive (postoperatorie). Tra le prime principalmente vi sono le emorragie. Tra le seconde, invece, si segnalano infezioni, un eccessivo deflusso dell’umor acqueo verso l’esterno, che causa un’importante riduzione della pressione intraoculare (ipotono); si tratta, comunque, di un inconveniente limitato nel tempo e facilmente gestibile.
L'intervento di trabeculectomia consiste nell'incisione del limbus corneo-sclerale contenente il trabecolato e il canale di Schlemm per creare uno
Inoltre, si può verificare la formazione di aderenze nell’angolo della camera anteriore dell’occhio (goniosinechie) e di anomale dislocazioni dell’umore acqueo appena formato. Infine, è importante ricordare che talvolta le manovre chirurgiche eseguite possono determinare un’opacità del cristallino per effetti traumatici.

Fondo oculare

Cos’è?

È un esame diagnostico che viene utilizzato per visualizzare le strutture interne del bulbo oculare (soprattutto corpo vitreo, retina e testa del nervo ottico).

Come si esegue?

Si effettua dopo aver dilatato la pupilla mediante instillazione di speciali colliri (detti midriatici). Si esegue in ambiente scarsamente illuminato, seduti o distesi.

Con quali strumenti si effettua?

Con uno strumento chiamato “oftalmoscopio”.

Con l’oftalmoscopio diretto la fonte luminosa viene proiettata direttamente nell’occhio dell’esaminato e non si può apprezzare la periferia retinica, mentre con l’oftalmoscopio indiretto si utilizza una lente tra l’apparecchio e la persona, consentendo una visione più ampia della retina. In quest’ultimo caso si ottiene il tipico riflesso rosso. Inoltre, la lampada a fessura consente l’esame del segmento posteriore (corpo vitreo e fondo oculare) utilizzando lenti addizionali che permettono di visualizzare anche la retina.

Quando serve?

Tutte le persone si devono sottoporre all’esame del fondo dell’occhio con una periodicità che dipende dall’età, dal tipo di patologia dell’organismo e delle malattie oculari.
Controllo oculistico
Persone che non hanno alcun disturbo e hanno meno di 40 anni possono sottoporsi all’esame una volta ogni 18-24 mesi. Potrebbe bastare una volta l’anno per chi è affetto da miopia o da patologie oculari non gravi (oppure per individui sani con più di 40 anni).

Chi ha problemi retinici o di diabete e ipertensione dovrà sottoporsi a controlli ravvicinati, la cui cadenza esatta deve essere decisa dal singolo oculista a seconda della situazione specifica.

Comunque è importante sottoporsi a un esame del fondo oculare anche quando si vedono per la prima volta dei fosfeni (lampi luminosi) o miodesopsie (mosche volanti o ragnatele). Nel primo caso il corpo vitreo potrebbe esercitare una trazione sulla retina, con rischio di un suo distacco.

Cosa consente di osservare?

L’esame del fondo oculare permette di osservare lo stato del corpo vitreo (il gel che riempie il bulbo oculare) e le sue eventuali degenerazioni. Inoltre consente la visualizzazione dell’albero vascolare arterioso e venoso retinico, di cui si può valutare il decorso e la dimensione. Permette, soprattutto, di osservare la macula, la zona centrale della retina che consente la visione frontale. Infatti, eventuali degenerazioni e anomalie (distrofie) possono essere diagnosticate e monitorate con tale esame. Si può valutare la conformazione della testa del nervo ottico individuando eventuali patologie (anche generali o sistemiche).

Quali malattie?

Retina Il diabete o l’ipertensione sono patologie che colpiscono i vasi: ciò che accade nell’occhio avviene, ad esempio, anche nel rene e nel cuore. Il vantaggio è che, con il fondo dell’occhio, si riescono a visualizzare le vene e le arterie con sistemi non invasivi. Per quanto riguarda le patologie oculari il semplice esame del fondo dell’occhio ci permette di prevenire alcune patologie oculari, consentendo di seguire terapie che possono scongiurare patologie gravi e irreversibili.

Quali sono le controindicazioni di un esame del fondo oculare?

Generalmente non ha controindicazioni. Tuttavia, bisogna stare attenti se si è affetti da glaucoma (per ostacolo alle vie di deflusso dell’umore acqueo) e se la camera anteriore dell’occhio (spazio compreso tra l’iride e la cornea) è poco profonda. In tali casi l’esame viene effettuato con la pupilla non dilatata, esplorando in tal modo esclusivamente il polo posteriore della retina.

Inoltre possono presentarsi reazioni avverse ai colliri che si usano per la dilatazione: possono andare da una semplice reazione allergica a fenomeni sistemici più gravi. Tali effetti sono molto rari e, comunque, controllabili. I midriatici (gocce per dilatare le pupille) sono molti; nel caso in cui vi siano effetti collaterali è bene ricordare quale tipo di farmaco abbia creato problemi, comunicandolo tempestivamente all’oculista o recandosi a un pronto soccorso (possibilmente oculistico). Infine bisogna far passare un lasso di tempo sufficiente a riacquistare la visione che precedeva la dilatazione della pupilla: non ci si può mettere subito alla guida per motivi di sicurezza, dato che si vede annebbiato (leggi anche i consigli utili).

Si può fotografare il fondo dell’occhio?

Sì, con uno strumento chiamato “retinografo”. La retinografia è appunto un esame che permette di documentare lo stato del fondo oculare grazie a immagini digitali a colori.

Microperimetria

Riabilitazione presso il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva: microperimetria

Cos’è?

Riabilitazione presso il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva: microperimetria È un’indagine diagnostica che permette di creare una mappa della sensibilità della retina (misurata in decibel).
Consente, infatti, di effettuare uno studio della fissazione e della soglia di sensibilità retinica visualizzando in tempo reale il fondo oculare. In questo modo, con estrema precisione topografica, viene definita la sensibilità visiva in ogni punto della regione centrale della retina (la macula) nonché la sede e la stabilità della fissazione, anche se si vede molto poco (persino se si è in condizioni di acutezza visiva compromessa).

Cosa consente di ottenere?

Consente di valutare la capacità di vedere stimoli luminosi di diversa intensità in varie posizioni della regione retinica esaminata. Lo studio microperimetrico fornisce delle informazioni importanti (da integrare con la misurazione dell’acuità visiva) per valutare in maniera più precisa la funzionalità maculare. Infatti la microperimetria è stata introdotta nella pratica clinica proprio per lo studio funzionale di patologie maculari, che determinano più o meno precocemente uno scotoma centrale (zona di non visione al centro del campo visivo).

Come si esegue?

Si viene posizionati di fronte all’apparecchio (solitamente prima vengono dilatate le pupille): mentre si fissa una mira luminosa rossa centrale e stabile (generalmente una piccola croce) bisogna premere un pulsante ogniqualvolta appare un punto luminoso di intensità variabile. In questo modo viene testata la funzionalità della retina: proiettando stimoli in posizioni selezionate, viene generata una mappa accurata della sensibilità retinica. L’esame, che non è invasivo, ha una durata di circa un quarto d’ora ed è indolore.

Quando si effettua?

L’esame viene eseguito per lo studio delle degenerazioni maculari senili e giovanili (come la malattia di Best o la malattia di Stargardt), dell’edema maculare, delle retinopatia miopica e diabetica e dei fori maculari. Può essere utile nei controlli che vengono effettuati in seguito a terapie retiniche come, ad esempio, dopo iniezioni intravitreali per trattare la forma essudativa della degenerazione maculare legata all’età (AMD). È importante, quindi, per guidare le scelte nel periodo che segue le operazioni chirurgiche e nel valutare i risultati degli interventi. Riveste, inoltre, un ruolo importante nell’esecuzione di programmi riabilitativi degli ipovedenti.

A cosa serve esattamente la riabilitazione visiva con microperimetro?

Biofeedback Il training microperimetrico serve anche a individuare il miglior punto di fissazione retinica. Quando, infatti, si perde la vista centrale, il cervello cerca di sfruttare le aree retiniche adiacenti alla zona di non visione (scotomatosa) ricorrendo alla cosiddetta fissazione eccentrica. La regione di retina utilizzata in maniera preferenziale per sostituire la fissazione foveale viene detta PRL (Preferred Retinal Locus). Col microperimetro lo scopo della riabilitazione visiva è quello di far utilizzare in modo stabile l’area retinica più adatta. La rieducazione all’uso di questa nuova zona viene effettuata mediante biofeedback : si impara a vedere in modo “diverso“ dopo un opportuno addestramento. Inoltre l’esame microperimetrico, in associazione col campo visivo, fornisce informazioni importanti riguardanti l’estensione e la localizzazione delle diverse aree della retina (sia di quelle poco sensibili che di quelle ancora funzionanti), dando indicazioni precise riguardo all’ausilio più idoneo. Quest’ultimo potrà essere, ad esempio, utilizzato per la lettura e, soprattutto, con un ingrandimento più adatto per una buona comprensione del testo (attualmente si può ricorrere anche ai tablet che consentono di ingrandire il testo a piacere e di regolare opportunamente luminosità e contrasto).

In cosa consiste la rieducazione mediante biofeedback ?

La prima fase prevede l’esecuzione di una microperimetria. Vengono poi effettuate una serie di sedute in cui, guidati da uno stimolo sonoro e visivo, si impara a riconoscere e a utilizzare al meglio il proprio PRL (possono anche essere più di uno) e a stabilizzarlo nel tempo, con un successivo miglioramento sia della capacità e velocità di lettura sia della sicurezza nello svolgere le comuni attività quotidiane. Quindi, mediante un pulsante, si dovranno riconoscere stimoli luminosi d’intensità variabile.

In cosa consistono gli esercizi riabilitativi?

Lo schema di training consiste in una serie di 5-10 sedute, solitamente una alla settimana della durata di 10 minuti per occhio; quindi, si fa una pausa di circa tre mesi e, quindi, si possono effettuare altre cinque sedute. Questo “modulo” è ripetibile nel tempo come terapia di mantenimento, personalizzandolo a seconda delle sedute e delle modalità di esecuzione, in base alla patologia, agli obiettivi e ai risultati che si ottengono. La microperimetria sembra offrire, per questo motivo, nuove valide applicazioni nello studio della funzionalità maculare; certamente sarà sempre più importante per lo studio e il trattamento delle malattie della retina centrale (macula).

Aberrometria

Mappa della cornea ottenuta con aberrometro: la colorazione varia a seconda del grado di diffusione della luce

Mappa della cornea ottenuta con aberrometro: la colorazione varia a seconda del grado di diffusione della luce

Cos’è?

L’aberrometria è un esame diagnostico che consente di valutare oggettivamente la qualità della vista e di studiare la presenza di aberrazioni oculari.

Cosa sono le aberrazioni oculari?

Sono imperfezioni che, nel percorso ottico dei fotoni [[onde/particelle da cui è costituita la luce (quanti o ‘pacchetti’ di energia capaci di stimolare la retina).]] provenienti dall’esterno dell’occhio, producono una distorsione e un’errata messa a fuoco delle immagini sulla retina. Possono essere provocate da irregolarità o da un’alterata trasparenza della superficie anteriore o posteriore della cornea, del cristallino, dell’umor acqueo [[è un liquido salino che si trova tra la cornea e il cristallino.]] , del corpo vitreo o del piano retinico. Anche difetti refrattivi (ipermetropia, astigmatismo e miopia) possono causare aberrazioni oculari che si possono sommare alle precedenti.

Come si correggono le aberrazioni?

Vengono corrette mediante occhiali, lenti a contatto o grazie a tecniche di chirurgia refrattiva con laser ad eccimeri.

Quando si esegue l’aberrometria?

Cornea (superficie oculare trasparente a forma di calotta, posta davanti alla iride)Quando si riscontra un’alterazione della qualità della visione (persino se si vedono 10/10) causata da un’anomala deviazione o dispersione dei raggi luminosi. Ovviamente sarà il medico oculista a dover stabilire se l’esame è necessario.

Le informazioni ottenute con l’aberrometria vengono utilizzate in chirurgia refrattiva al fine di ottenere un’ottimale acuità visiva (sia quantitativamente che qualitativamente). Tuttavia, a livello sperimentale viene impiegata anche per altri fini. Un’équipe spagnola dell’Università di Granada, ad esempio, ha condotto uno studio che ha inteso dimostrare come l’esame possa essere utilizzato persino per diagnosticare precocemente malattie come la cheratite e l’AMD. Infatti, riscontrando anomalie nella diffusione della luce si possono individuare tempestivamente alterazioni morfologiche della cornea e della retina.

Si può sapere dove si verifica l’aberrazione?

No, un limite delle tecniche aberrometriche è proprio l’impossibilità di definire la sede anatomica d’origine senza il supporto di altri strumenti (quali l’OCT e il topografo).
Infatti, l’aberrometro fornisce una mappa che permette di valutare la conformazione del fronte d’onda che proviene dall’occhio, ma non di ottenere informazioni sulla struttura oculare che causa le eventuali distorsioni.

Quando si può dire se è presente un’aberrazione?

L’aberrazione è assente quando un fascio ideale di raggi luminosi, proveniente da una sorgente luminosa posta all’infinito, è costituito da onde rettilinee e parallele, il cui fronte d’onda (la superficie in fase di avanzamento del fascio) è idealmente piano e perpendicolare alla direzione dei raggi. Quando, invece, sono presenti aberrazioni ottiche la superficie del fronte d’onda presenta delle distorsioni rispetto al piano di riferimento. Chiaramente le linee appariranno distorte in corrispondenza dell’aberrazione.

Come si esegue?

Mappe ottenute con aberrometria (confronto tra diversi occhi)L’esame viene normalmente eseguito senza dilatazione della pupilla (miosi). Quando, al contrario, viene effettuato con pupilla dilatata (midriasi pupillare) si possono ottenere informazioni sulle zone paracentrali e periferiche della retina. Inoltre il diametro pupillare, nelle varie condizioni di luminosità, influisce sulle aberrazioni oculari che vengono esaminate. La dilatazione pupillare, infatti, provoca un minimo aumento (comunque significativo) delle aberrazioni totali.

Vitrectomia

Vitrectomia

Cos’è la vitrectomia?

È una procedura chirurgica che consiste nell’asportazione del corpo vitreo [[liquido gelatinoso contenuto nella cavità principale del bulbo oculare, di cui costituisce indicativamente i 4/5 del volume]] e nella sua sostituzione con un mezzo analogo all’interno dell’occhio, che viene definito “sostituto vitreale” (olio di silicone, gas, aria, ecc.). Vitrectomia

Quando si effettua?

La vitrectomia si effettua quando il corpo vitreo è diventato opaco a causa di emorragie (ad esempio in seguito alla retinopatia diabetica proliferante), infiammazioni oppure per trazioni sulla retina, presenze di membrane o corpi estranei all’interno del bulbo oculare. Queste sono le indicazioni più importanti, ma in realtà sono molte di più le patologie per le quali si può ricorrere all’intervento (anche quando, ad esempio, si ha una lussazione del cristallino).

La vitrectomia può essere associata ad altre operazione chirurgiche, ad esempio in caso di pucker maculare, distacchi di retina gravi o di vecchia data, foro maculare.

Presenta dei rischi?

Sì, ne presenta alcuni: la vitrectomia è un intervento delicato di microchirurgia. Le complicanze principali sono eventuali distacchi di retina, sanguinamenti, opacizzazioni del cristallino e glaucoma. (Leggi il consenso informato della SOI).

Il corpo vitreo si riforma subito?

No, il corpo vitreo non si rigenera spontaneamente nell’immediato: nell’occhio operato potrà essere utilizzato temporaneamente un sostituto vitreale che funzionerà sia come mezzo diottrico (attraverso di esso passerà la luce), sia come mezzo tamponante (mantiene la retina in sede). Alcuni sostituti vitreali dovranno essere rimossi obbligatoriamente dopo un certo periodo di tempo (ad esempio per l’olio di silicone entro 3-6 mesi) perché altrimenti potrebbero provocare glaucoma o danni corneali; invece altri mezzi, come l’aria o il gas, verranno assorbiti spontaneamente e saranno progressivamente sostituiti dai normali fluidi organici presenti all’interno dell’occhio.

Come avviene l’intervento?

La procedura più diffusa è la vitrectomia a tre vie. Si inseriscono nell’occhio tre strumenti. Il primo è la sonda che inietta l’acqua (BSS, soluzione salina bilanciata) per mantenere costanti la pressione e il volume dell’occhio; il secondo è una fibra ottica che serve ad illuminare; infine, c’è il vitrectomo, uno strumento che taglia e contemporaneamente aspira il corpo vitreo.

Cosa si può concludere?

La vitrectomia è un intervento che presenta alcuni rischi: l’occhio potrebbe diventare più delicato. Resta però l’unica soluzione per risolvere alcune patologie oculari e si rende necessario per evitare patologie più gravi.

Fluorangiografia

retinografo

retinografo

Cosa è la fluorangiografia?

La fluorangiografia è un esame fondamentale per lo studio della circolazione della retina e coroide. Serve anche come guida per il trattamento delle patologie retiniche mediante laser argon. Infatti tale esame consente di mettere in evidenza aree non irrorate dal sangue (aree ischemiche) e lesioni provocate da nuovi vasi che si sviluppano a causa della carenza di ossigeno. In sostanza si può realizzare una sorta di “mappa retinica”, la quale consente al medico oculista di colpire poi col raggio laser e con maggiore precisione le zone malate.

Come funziona?

Viene iniettato con una siringa un colorante in vena che, sciogliendosi nel sangue, consente di visualizzare eventuali anomalie della retina. La tipologia di tale colorante varia a seconda della patologia da studiare (può essere la fluoresceina o il verde d’indocianina). Dopo la dilatazione delle pupille in seguito a instillazione di uno speciale collirio (midriatico), ci si siede di fronte al retinografo; quindi viene iniettato il colorante e vengono scattate una serie di foto che saranno studiate dal medico per evidenziare eventuali anomalie.

La fluorescina verrà smaltita dal corpo tramite l’urina che, nelle ore successive, assumerà un colore diverso (giallastro fluorescente); il verde di indocianina, invece, è smaltito attraverso il fegato.

Cosa bisogna fare prima dell’esame?

La fluorangiografia è un esame di routine, ma è invasivo; dovrà, quindi, essere valutata la funzionalità cardiaca e quella renale e, soprattutto, andrà accertato se si sia allergici al colorante. L’esame viene effettuato a digiuno, ma si consiglia di effettuare una colazione molto leggera, evitando sia i latticini (latte, yogurt, formaggi) che la frutta.

Per quali patologie viene richiesto?

La fluorangiografia trova applicazione in tutte le malattie della macula, comprese quelle che coinvolgono il nervo ottico e i vasi della retina (diabete, emorragie, trombosi, ecc.), patologie infiammatorie, infettive, tumorali, causate da farmaci, patologie traumatiche e retinopatia sierosa centrale.

L’esame viene effettuato prima di iniziare il trattamento laser. Dopo l’introduzione della tomografia a coerenza ottica (OCT), la fluorangiografia è stata impiegata sempre meno per le patologie maculari. L’OCT e la fluorangiografia vanno, comunque, considerati esami complementari: l’uno non esclude l’altro perché, mediante il secondo esame, si mette in evidenza la dinamica del flusso sanguigno, mentre col primo si analizza esclusivamente lo stato della macula e del nervo ottico attraverso una ricostruzione al computer degli strati retinici. Va, tuttavia, detto che recentemente è stato introdotto l’angio-OCT o angiografia senza iniezione di colorante (OCTA), che consente di studiare la vascolarizzazione retinica senza l’uso di un mezzo di contrasto.fluorangiografia

Che effetti collaterali può avere la fluorangiografia?

Eventuali effetti collaterali sono legati all’uso del colorante che viene iniettato in vena. Potrebbero verificarsi, ad esempio, problemi ai reni; ma per prevenirli può essere sufficiente ricorrere all’idratazione salina o al bicarbonato di sodio[[Am J Kidney Dis online 2009 (pubblicato il 6/4/2009) ]]. Inoltre, va evitato l’uso del colorante (mezzo di contrasto) in persone colpite da gravi problemi al fegato.

In linea di massima, comunque, né il verde di indocianina né la fluorescina presentano effetti collaterali significativi (a meno che non si sia allergici a queste sostanze [[in questo caso si possono verificare difficoltà respiratorie, battito cardiaco irregolare, convulsioni, perdita di coscienza]]). Infine possono raramente verificarsi effetti collaterali minori, quali nausea, tosse, starnuti, colorazione giallastra della pelle e malessere generale.

Leggi anche: Consenso informato sulla fluorangiografia

Trapianto di cornea

cornea

Cos’è?

corneaIl trapianto di cornea consiste nella sostituzione della porzione della superficie oculare divenuta opaca con una porzione di eguale grandezza prelevata da un donatore.

Quando si deve ricorrere al trapianto?

Si può ricorrere al trapianto quando le terapie a base di farmaci non consentono più alla cornea di guarire o quando essa si è indebolita troppo e, quindi, rischia una rottura spontanea. Ad esempio, l’intervento chirurgico è necessario quando c’è stato un taglio profondo della superficie oculare posta davanti all’iride, quando questa è stata colpita da un’infezione grave che ha creato ulcerazioni profonde, qualora si fossero verificate causticazioni (provocate da acidi o da altre sostanze chimiche).

Che alterazioni deve aver subito la cornea?

la cornea, quando è in salute, è perfettamente trasparente e non presenta alterazioni morfologiche. Ha la forma di una calotta su cui si può notare il caratteristico riflesso
Il trapianto è necessario quando risulta alterata la struttura microscopica della cornea o il suo metabolismo. Ciò, infatti, si traduce nella perdita (localizzata o diffusa) della sua trasparenza a causa della formazione di tessuto cicatriziale o per la formazione anomala di vasi sanguigni in una zona in cui normalmente sono assenti; oppure si può essere verificata un’alterazione della curvatura della cornea (ad esempio, nel cheratocono compare un’area di suo assottigliamento e sfiancamento).

Quali sono le cause dell’opacità della cornea?

Le cause che possono compromettere definitivamente la trasparenza della cornea sono: infiammazioni, infezioni, cause meccaniche, tossiche o distrofiche (come nel caso del cheratocono). Fondamentale per la trasparenza corneale è la funzione dello strato più profondo (endotelio) che, se danneggiato, non consente più di mantenere entro i limiti fisiologici la quantità di acqua all’interno della cornea che, di conseguenza, si opacizza (causando quello che viene definito “scompenso” corneale). Ciò che avviene è che si inizia a vedere come se si guardasse attraverso un vetro smerigliato.

Quali sono le indicazioni per il trapianto?

Le indicazioni al trapianto di cornea sono ottiche (miglioramento della visione per opacizzazione corneale), ricostruttive (ad esempio, sostituzione di una cornea perforata) o terapeutiche: si ricorre al trapianto quando le terapie farmacologiche non riescono a preservare la funzione corneale.

Quando operare?

La condizione necessaria per effettuare il trapianto di cornea è l’assoluta certezza di avere l’occhio “in quiete”: strati della corneal’eventuale processo infettivo e infiammatorio deve essersi esaurito. Si deve procedere al trapianto quando lo spessore corneale è talmente basso da rischiare una rottura spontanea della cornea e, quindi, un’apertura del bulbo oculare… Attualmente, il rischio di rottura è considerato molto elevato sotto i 100-150 micron. Oggi, con le nuove tecniche lamellari si ricorre all’intervento quando le caratteristiche ottiche sono compromesse o, nel caso del trapianto di endotelio, quando si ha un iniziale èdema corneale (maggiore quantità di acqua all’interno della cornea).

In che misura la cornea deve essere sostituita?

Il trapianto di cornea può consistere nella sostituzione della porzione opacizzata di cornea in tutto il suo spessore (cheratoplastica perforante) o solo di alcuni strati (cheratoplastica lamellare). Oggi si cerca di ricorrere il più possibile al trapianto parziale della cornea per la maggiore velocità di ripresa postoperatoria e per la minore invasività dell’intervento.

Quali sono i vantaggi del trapianto lamellare e quali le sue indicazioni?

Il trapianto lamellare della cornea permette di sostituire solo gli strati patologici con strati equivalenti prelevati da una cornea sana di un donatore. Tale tecnica consente di lasciare in sede gli strati corneali sani. Il trapianto lamellare della cornea consente di ottenere gli stessi risultati del trapianto a tutto spessore, ma con una ripresa funzionale molto più rapida e minori complicanze (si riduce il rigetto immunologico).
Le nuove tecniche possono essere applicate al trattamento delle più comuni malattie della cornea: il cheratocono, le distrofie corneali e le opacità corneali da infezioni virali (erpetiche) oppure batteriche e da traumi.
La possibilità di sostituire solo alcune parti della cornea è data dalla caratteristica della struttura corneale a strati. Questa tecnica permette quindi di sostituire solo gli starti irreversibilmente danneggiati dal processo patologico. Le tecniche definite profonde permettono, in caso di scompenso corneale (in seguito a un altro intervento chirurgico) di poter sostituire solo gli strati profondi della cornea come l’endotelio corneale, spesso responsabile della perdita della trasparenza corneale.

Quando si utilizza il trapianto di cornea a tutto spessore?

cornea artificiale
Il trapianto di cornea a tutto spessore viene definito cheratoplastica perforante e viene utilizzato sempre meno. Rimane l’unica via percorribile per ripristinare la funzione visiva quando la cornea è danneggiata in tutti i suoi strati. Questa tecnica ha dei tempi di recupero molto più lunghi rispetto alla cheratoplastica lamellare. Ciò è dovuto al fatto che il tessuto che viene impiantato non poggia più su un tessuto già presente: è necessario che vi sia una ripresa della forma il più possibile regolare per avere un’efficienza ottica adeguata. I punti che vengono applicati dovranno essere tolti fino a un anno dall’intervento.

Il trapianto di cornea in cosa differisce rispetto ad altri trapianti?

La cornea non è vascolarizzata, per cui non ci sono connessioni sanguigne o linfatiche da ripristinare tra l’organismo e la cornea trapiantata; questo comporta un minore rischio di rigetto e un’elevata compatibilità tra i vari donatori e i riceventi. Inoltre, grazie a queste caratteristiche non è necessaria la terapia immunosoppressiva per i pazienti che dovranno sottoporsi al trapianto di cornea, sia esso lamellare o perforante.

Quali sono le possibilità di successo del trapianto di cornea?

Il trapianto di cornea ha probabilità di successo potenzialmente molto elevate, soprattutto in caso di cheratocono o di altre patologie che non presentano una neovascolarizzazione corneale. Di fondamentale importanza, per il successo del trapianto, è la condizione della parte della cornea su cui inserire il lembo da trapiantare. Infatti, le cornee che presentano vascolarizzazioni anomale o tessuti fibrotici hanno un rischio di rigetto più elevato.

Quali sono le complicazioni?

Cornea artificiale (al computer)
Le complicanze sono di vario genere: si va dal classico rigetto arrivando a quelle di origine traumatica (si può separare il lembo e il ‘letto’ su cui viene innestato), passando per le infezioni (si può riaprire una ferita chirurgica) e problemi refrattivi (come un forte astigmatismo).
Il rigetto è una complicanza di origine immunologica che va trattata precocemente mediante assunzione di farmaci immunosoppressori e cortisonici. Può essere un evento reversibile, ma a volte è necessario effettuare un nuovo trapianto. Di fondamentale importanza, ancora una volta, è ascoltare attentamente le indicazioni del medico oculista, seguendo con precisione la terapia prescritta.

Quanto dura una cornea trapiantata?

In realtà non esiste una durata minima o massima per la cornea trapiantata. Ci sono casi in cui il trapianto non causa problemi o li crea dopo varie decine di anni, mentre in altri si rende necessario un nuovo trapianto in tempi minori. Ciò dipende da un insieme di fattori, tra cui la patologia per la quale si è effettuato il trapianto, lo stato della cornea al momento del trapianto e le condizioni del ricevente.

Quali sono malattie trasmissibili tramite il lembo?

Non vi sono rischi effettivi di contagio, sia per le caratteristiche del tessuto, sia per i controlli che vengono effettuati prima e dopo l’espianto. Queste procedure sono affidate alle banche degli occhi, che sono strutture controllate dal Ministero della Salute, che si occupano della selezione dei donatori, dell’espianto e dell’analisi e della conservazione del lembo. In Italia la disponibilità del lembo è elevata, per cui l’attesa per il trapianto è generalmente contenuta.

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Trapianto di cornea

cornea

Cos’è?

corneaIl trapianto di cornea consiste nella sostituzione della porzione della superficie oculare divenuta opaca con una porzione di eguale grandezza prelevata da un donatore.

Quando si deve ricorrere al trapianto?

Si può ricorrere al trapianto quando le terapie a base di farmaci non consentono più alla cornea di guarire o quando essa si è indebolita troppo e, quindi, rischia una rottura spontanea. Ad esempio, l’intervento chirurgico è necessario quando c’è stato un taglio profondo della superficie oculare posta davanti all’iride, quando questa è stata colpita da un’infezione grave che ha creato ulcerazioni profonde, qualora si fossero verificate causticazioni (provocate da acidi o da altre sostanze chimiche).

Che alterazioni deve aver subito la cornea?

la cornea, quando è in salute, è perfettamente trasparente e non presenta alterazioni morfologiche. Ha la forma di una calotta su cui si può notare il caratteristico riflesso
Il trapianto è necessario quando risulta alterata la struttura microscopica della cornea o il suo metabolismo. Ciò, infatti, si traduce nella perdita (localizzata o diffusa) della sua trasparenza a causa della formazione di tessuto cicatriziale o per la formazione anomala di vasi sanguigni in una zona in cui normalmente sono assenti; oppure si può essere verificata un’alterazione della curvatura della cornea (ad esempio, nel cheratocono compare un’area di suo assottigliamento e sfiancamento).

Quali sono le cause dell’opacità della cornea?

Le cause che possono compromettere definitivamente la trasparenza della cornea sono: infiammazioni, infezioni, cause meccaniche, tossiche o distrofiche (come nel caso del cheratocono). Fondamentale per la trasparenza corneale è la funzione dello strato più profondo (endotelio) che, se danneggiato, non consente più di mantenere entro i limiti fisiologici la quantità di acqua all’interno della cornea che, di conseguenza, si opacizza (causando quello che viene definito “scompenso” corneale). Ciò che avviene è che si inizia a vedere come se si guardasse attraverso un vetro smerigliato.

Quali sono le indicazioni per il trapianto?

Le indicazioni al trapianto di cornea sono ottiche (miglioramento della visione per opacizzazione corneale), ricostruttive (ad esempio, sostituzione di una cornea perforata) o terapeutiche: si ricorre al trapianto quando le terapie farmacologiche non riescono a preservare la funzione corneale.

Quando operare?

La condizione necessaria per effettuare il trapianto di cornea è l’assoluta certezza di avere l’occhio “in quiete”: strati della corneal’eventuale processo infettivo e infiammatorio deve essersi esaurito. Si deve procedere al trapianto quando lo spessore corneale è talmente basso da rischiare una rottura spontanea della cornea e, quindi, un’apertura del bulbo oculare… Attualmente, il rischio di rottura è considerato molto elevato sotto i 100-150 micron. Oggi, con le nuove tecniche lamellari si ricorre all’intervento quando le caratteristiche ottiche sono compromesse o, nel caso del trapianto di endotelio, quando si ha un iniziale èdema corneale (maggiore quantità di acqua all’interno della cornea).

In che misura la cornea deve essere sostituita?

Il trapianto di cornea può consistere nella sostituzione della porzione opacizzata di cornea in tutto il suo spessore (cheratoplastica perforante) o solo di alcuni strati (cheratoplastica lamellare). Oggi si cerca di ricorrere il più possibile al trapianto parziale della cornea per la maggiore velocità di ripresa postoperatoria e per la minore invasività dell’intervento.

Quali sono i vantaggi del trapianto lamellare e quali le sue indicazioni?

Il trapianto lamellare della cornea permette di sostituire solo gli strati patologici con strati equivalenti prelevati da una cornea sana di un donatore. Tale tecnica consente di lasciare in sede gli strati corneali sani. Il trapianto lamellare della cornea consente di ottenere gli stessi risultati del trapianto a tutto spessore, ma con una ripresa funzionale molto più rapida e minori complicanze (si riduce il rigetto immunologico).
Le nuove tecniche possono essere applicate al trattamento delle più comuni malattie della cornea: il cheratocono, le distrofie corneali e le opacità corneali da infezioni virali (erpetiche) oppure batteriche e da traumi.
La possibilità di sostituire solo alcune parti della cornea è data dalla caratteristica della struttura corneale a strati. Questa tecnica permette quindi di sostituire solo gli starti irreversibilmente danneggiati dal processo patologico. Le tecniche definite profonde permettono, in caso di scompenso corneale (in seguito a un altro intervento chirurgico) di poter sostituire solo gli strati profondi della cornea come l’endotelio corneale, spesso responsabile della perdita della trasparenza corneale.

Quando si utilizza il trapianto di cornea a tutto spessore?

cornea artificiale
Il trapianto di cornea a tutto spessore viene definito cheratoplastica perforante e viene utilizzato sempre meno. Rimane l’unica via percorribile per ripristinare la funzione visiva quando la cornea è danneggiata in tutti i suoi strati. Questa tecnica ha dei tempi di recupero molto più lunghi rispetto alla cheratoplastica lamellare. Ciò è dovuto al fatto che il tessuto che viene impiantato non poggia più su un tessuto già presente: è necessario che vi sia una ripresa della forma il più possibile regolare per avere un’efficienza ottica adeguata. I punti che vengono applicati dovranno essere tolti fino a un anno dall’intervento.

Il trapianto di cornea in cosa differisce rispetto ad altri trapianti?

La cornea non è vascolarizzata, per cui non ci sono connessioni sanguigne o linfatiche da ripristinare tra l’organismo e la cornea trapiantata; questo comporta un minore rischio di rigetto e un’elevata compatibilità tra i vari donatori e i riceventi. Inoltre, grazie a queste caratteristiche non è necessaria la terapia immunosoppressiva per i pazienti che dovranno sottoporsi al trapianto di cornea, sia esso lamellare o perforante.

Quali sono le possibilità di successo del trapianto di cornea?

Il trapianto di cornea ha probabilità di successo potenzialmente molto elevate, soprattutto in caso di cheratocono o di altre patologie che non presentano una neovascolarizzazione corneale. Di fondamentale importanza, per il successo del trapianto, è la condizione della parte della cornea su cui inserire il lembo da trapiantare. Infatti, le cornee che presentano vascolarizzazioni anomale o tessuti fibrotici hanno un rischio di rigetto più elevato.

Quali sono le complicazioni?

Cornea artificiale (al computer)
Le complicanze sono di vario genere: si va dal classico rigetto arrivando a quelle di origine traumatica (si può separare il lembo e il ‘letto’ su cui viene innestato), passando per le infezioni (si può riaprire una ferita chirurgica) e problemi refrattivi (come un forte astigmatismo).
Il rigetto è una complicanza di origine immunologica che va trattata precocemente mediante assunzione di farmaci immunosoppressori e cortisonici. Può essere un evento reversibile, ma a volte è necessario effettuare un nuovo trapianto. Di fondamentale importanza, ancora una volta, è ascoltare attentamente le indicazioni del medico oculista, seguendo con precisione la terapia prescritta.

Quanto dura una cornea trapiantata?

In realtà non esiste una durata minima o massima per la cornea trapiantata. Ci sono casi in cui il trapianto non causa problemi o li crea dopo varie decine di anni, mentre in altri si rende necessario un nuovo trapianto in tempi minori. Ciò dipende da un insieme di fattori, tra cui la patologia per la quale si è effettuato il trapianto, lo stato della cornea al momento del trapianto e le condizioni del ricevente.

Quali sono malattie trasmissibili tramite il lembo?

Non vi sono rischi effettivi di contagio, sia per le caratteristiche del tessuto, sia per i controlli che vengono effettuati prima e dopo l’espianto. Queste procedure sono affidate alle banche degli occhi, che sono strutture controllate dal Ministero della Salute, che si occupano della selezione dei donatori, dell’espianto e dell’analisi e della conservazione del lembo. In Italia la disponibilità del lembo è elevata, per cui l’attesa per il trapianto è generalmente contenuta.

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Elettrofisiologia oculare

Cos’è?

È una disciplina diagnostica che utilizza test non invasivi per studiare i fenomeni elettrici associati a processi fisiologici come la visione e l’attività cerebrale. Esplorando la funzionalità delle strutture visive e le eventuali patologie, è per l’occhio ciò che l’elettroencefalogramma rappresenta relativamente al cervello o l’elettrocardiogramma per il cuore.

A cosa serve?

Lo studio elettrofisiologico valuta diverse funzioni visive avvalendosi di esami specifici. È molto utile per differenziare l’origine delle patologie visive: è possibile, con questo esame, individuare difetti della retina, delle vie ottiche o del cervello. La principale applicazione clinica è rappresentata dall’identificazione delle malattie del nervo ottico e dalla localizzazione di eventuali alterazioni. Inoltre, il loro utilizzo è indispensabile per monitorare lo sviluppo delle vie ottiche nei prematuri e nei pazienti con disturbi cerebrali.

Quali esami si utilizzano?

Gli esami che vengono effettuati sono: elettroculogramma (EOG), elettroretinogramma (ERG), potenziali evocati visivi (PEV) e l’elettroretinogramma da pattern (PERG).

Cos’è l’EOG?

L’elettroculogramma (EOG) è un esame elettrofisiologico che viene eseguito per valutare la funzionalità dell’epitelio pigmentato retinico (ossia il primo dei dieci strati che formano la retina). Viene eseguito in 40 minuti circa. Si ricorre all’applicazione di elettrodi cutanei che registrano l’attività elettrica dell’epitelio pigmentato retinico come effetto dei movimenti oculari provocati da una mira luminosa (che si accende e si spegne da un lato all’altro del campo visivo). In questo modo vengono misurate le variazioni del potenziale elettrico corneo-retinico (ossia della cornea e della retina): passando da condizioni di illuminazione a quelle di oscurità la retina viene stimolata di più o di meno e, dunque, la sua attività bioelettrica può essere monitorata.

Cos’e l’ERG?

L’elettroretinogramma (ERG) è un esame elettrofisiologico con cui si misura l’attività della retina dopo la stimolazione con flash luminosi. Viene eseguito dopo dilatazione delle pupille e ha una durata indicativa di 40 minuti; ma bisogna rimanere in un luogo buio almeno 20 minuti affinché le cellule retiniche si adattino a una condizione di bassissima luminosità. Si utilizzano elettrodi posti sulla cute e sulla superficie dell’occhio dopo aver instillato un collirio anestetico locale. Gli elettrodi registrano l’attività elettrica della retina in seguito alla percezione di flash di diversa frequenza e intensità.

Cosa permette di misurare?

L’esame permette al medico di valutare se il difetto è nei coni (fotorecettori retinici che permettono la visione centrale a colori), nei bastoncelli (fotorecettori attivi specialmente ai margini del campo visivo e a bassi livelli di luminosità) oppure nelle cellule di Müller (che hanno funzioni nutritive per la retina) nonché nelle cellule bipolari (che connettono i coni e i bastoncelli con le cellule gangliari che formano il nervo ottico).
L’ERG focale (FERG) è eseguito dopo la dilatazione farmacologica delle pupille. L’esame ha una durata di un’ora. Vengono posti degli elettrodi cutanei sulla cute e sulla superficie dell’occhio dopo aver instillato un collirio anestetico; essi registrano l’attività centrale della retina indotta da stimoli visivi, quali barre verticali bianche e nere nonché flash luminosi di varia intensità e frequenza.

Cosa sono i PEV e PERG?

I due esami vengono eseguiti contemporaneamente e hanno una durata di circa 30 minuti. Vengono applicati degli elettrodi cutanei e corneali. Con i potenziali evocati visivi (PEV) e l’elettroretinogramma da pattern si effettua una registrazione computerizzata dell’attività elettrica nella corteccia cerebrale. La retina viene stimolata con flash luminosi che possono essere piccoli e multifocali o un solo flash grande (a tutto campo). Viene registrata l’attività elettrica delle cellule gangliari retiniche e delle vie ottiche indotta da stimoli visivi quali una scacchiera, delle barre verticali bianche e nere e flash luminosi. Con questo esame si possono, quindi, studiare i difetti presenti nel tratto nervoso che va dalla retina al cervello.

Quando sono richiesti?

Gli esami elettrofisiologici sono considerati dei test che permettono una diagnosi obiettiva. Possono anche essere utilizzati proficuamente nei pazienti in età infantile per studiare lo sviluppo dell’apparato visivo.