A Roma nuovo Ospedale per il covid-19: possibile donare anche online

Sorgerà nel Presidio Columbus del Gemelli. I lavori sono già iniziati, ma i costi sono tanti. Un posto letto in Terapia Intensiva costa almeno 70mila Euro. Partita la campagna per contribuire. 

La Regione Lazio ha disposto la trasformazione del Presidio Columbus in Covid Hospital Regionale per supportare l’hub regionale – Ospedale Spallanzani nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto.

Nelle prossime tre settimane, la Fondazione Policlinico Gemelli, cui fa capo il Presidio Columbus, riadatterà la struttura per affrontare al meglio la sfida. I lavori sono già iniziati. Il nuovo Columbus Covid-2 Hospital sarà dedicato ai pazienti con Coronavirus Covid-19, arrivando a mettere a disposizione 59 posti letto di terapia intensiva e 80 posti letto singoli.

I COSTI La complessità da superare non è soltanto sanitaria. Il costo di un singolo posto letto di terapia intensiva è, in termini di investimenti incrementali di attrezzature e strutture sanitarie, di circa 70mila euro (escludendo l’impiantistica strutturale a supporto). La compagine clinica e assistenziale nonché tecnica e amministrativa richiede poi volumi significativi di presidi di protezione individuale quali mascherine chirurgiche, mascherine filtranti FFP2 e FFP3, tute Tyvek, occhiali di sicurezza e sistemi di ventilazione. Ovviamente un tale tempestivo e consistente incremento di posti letto dedicati richiede anche un potenziamento del personale altamente qualificato in particolare nell’ambito del personale medico con competenze di tipo infettivologico, pneumologico e di terapia intensiva.

La Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS ha quindi lanciato una campagna di raccolta fondi:Emergenza Coronavirus” per supportare medici e personale sanitario, dotandoli delle attrezzature necessarie a fronteggiare in sicurezza il Covid-19.

Le donazioni possono essere eseguite in varie modalità. 

DONAZIONE SU CONTO CORRENTE BANCARIO, causale “COVID-19”, intestato a Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
UniCredit – IBAN: IT 59 Z 02008 05314000102940493.

DONAZIONE SU CONTO CORRENTE POSTALE, causale “COVID-19”, intestato a Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
Poste Italiane – IBAN: IT 37 E 07601 03200001032013003.

Per la prima volta il Gemelli ha anche pensato di ricorrere a una piattaforma pubblica di raccolta fondi e la campagna, che ha l’obiettivo di raccogliere 2 milioni di euro, può essere raggiunta a questo indirizzo: https://www.gofundme.com/f/sosteniamo-il-columbus-covid2-hospital

Al momento della donazione invitiamo a controllare il box sotto l’importo che si intende donare. La percentuale di contributo al sito GoFundMe non è obbligatoria ma aiuta la piattaforma a garantire il servizio. Cliccando su “Altro” si può inserire un valore da 0 a salire.

Per ottenere maggiori informazioni si può scrivere all’indirizzo insieme@policlinicogemelli.it

Fonte:  Policlinico Gemelli/ Adnkronos

Una rete globale per il glaucoma pediatrico

Si tratta di un gruppo di malattie che può causare cecità, ma con una diagnosi precoce il danno può essere evitato. Nonostante condivida lo stesso nome del glaucoma ‘adulto’, il trattamento è molto diverso e i chirurghi addestrati scarseggiano. Ancora una volta, la formazione è la risposta che crea soluzioni locali ad un problema planetario.

A seguire l’articolo di Dr. Alana L. Grajewski, Professor of Clinical Ophthalmology and Director of The Samuel & Ethel Balkan International Pediatric Glaucoma Center at Bascom Palmer Eye Institute at University of Miami (tradotto da www.iapb.org[1])

Per Glaucoma pediatrico, anche noto come glaucoma infantile, si intende un gruppo di malattie che condividono alcune caratteristiche comuni, quali l’ipertensione oculare e il conseguente danno al nervo ottico che, a sua volta, causa cecità. Se non trattato, il glaucoma infantile sarà causa di cecità ancora in giovane età ma, con una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo, il danno agli occhi può essere rimediato e la cecità prevenuta.

La Malattia

Il glaucoma pediatrico può presentarsi come una malattia primaria (non effetto di altre malattie preesistenti, ndr) e, in questo caso, si parla di Glaucoma primario congenito (PCG). O può manifestarsi come componente di una sindrome od effetto di un altro processo patologico.

Il Childhood Glaucoma Research Network (CGRN), un’associazione globale di medici e scienziati dedicata alla ricerca e al trattamento del glaucoma infantile, ha classificato le diverse forme di glaucoma pediatrico, specificando le varie forme di malattia ereditaria e acquisita[2]. Questi sforzi mirano a fornire una base per il miglioramento globale nella comprensione del glaucoma pediatrico e, in definitiva, nell’ottimizzazione delle cure.

L’incidenza di PCG varia notevolmente in tutto il mondo, con i paesi occidentali che segnalano tra 1 su 10.000 e 1 su 20.000 bambini[3] ma popolazioni isolate come quella dell’Arabia Saudita registrano un’incidenza di 1 caso su 1.250 bambini[4].

Il CGRN è impegnato in uno sforzo globale per l’identificazione e la diagnosi dei bambini ammalati, ma esistono ancora ostacoli all’erogazione delle cure una volta individuati i soggetti che dovrebbero beneficiarne.

Accesso Limitato alle cure

Uno dei maggiori ostacoli alla cura dei bambini con PCG e altre forme di glaucoma pediatrico è la carenza di chirurghi addestrati a fornire trattamenti specializzati. Sebbene condivida un nome comune con il glaucoma ad insorgenza nell’età adulta, le due distinte malattie richiedono approcci molto diversi alla cura. Nei bambini, i migliori risultati si ottengono spesso eseguendo un intervento chirurgico sull’angolo dell’occhio per aprire i canali di drenaggio che non si sono sviluppati correttamente. Le tecniche chirurgiche necessarie per intervenire correttamente nell’angolo dell’occhio non vengono apprese nella maggior parte dei programmi di formazione in oftalmologia.

A causa della mancanza di formazione specialistica per i medici nel fornire assistenza ai pazienti con glaucoma pediatrico, molti specialisti del glaucoma e oftalmologi pediatrici potrebbero non essere in grado di curare adeguatamente i bambini affetti da glaucoma. Abbiamo scoperto che in ogni regione del mondo, anche nelle aree con accesso a cure oftalmiche specializzate, molti bambini con glaucoma non hanno accesso ai medici con la formazione e agli strumenti adeguati per fornire cure.

Una rete globale per trovare soluzioni locali

Il Samuel & Ethel Balkan International Pediatric Glaucoma Center at Bascom Palmer Eye Institute in Miami, Florida, è  il primo centro integrato al mondo per la cura del glaucoma pediatrico e la disgenesia del segmento anteriore. Il centro ha sviluppato Global Eye SITE® nel 2017 un programma di formazione innovativo che offre addestramento specialistico per il glaucoma pediatrico.

Per quanto l’abitudine degli specialisti di raggiungere saltuariamente gli angoli meno ricchi di risorse del pianeta per curare malattie rare abbia salvato la vista dei tanti bambini, questo modello non può essere considerato una soluzione sostenibile alla mancanza di cure specialistiche. Global Eye SITE® si concentra sull’impatto della formazione, facendo sì che chirurghi esperti formino i medici locali per metterli in grado di curare il glaucoma pediatrico da soli.

[…]

Dal 2017 il programma ha addestrato chirurghi in Brasile, Israele, Suriname, Ghana e negli Stat Uniti Occidentali.


[1]Titolo originale: Paediatric Glaucoma: Global Challenges and Emerging Solutions (link)

[2] Thau A, Lloyd M, Freedman S, Beck A, Grajewski A, Levin AV. New classification system for pediatric glaucoma: implications for clinical care and a research registry. Current Opinion in Ophthalmology. 2018 Jul;1.

[3] Papadopoulos M, Cable N, Rahi J, Khaw PT. The British Infantile and Childhood Glaucoma (BIG) Eye Study. Invest Ophthalmol Vis Sci. 2007 Sep 1;48(9):4100–6.

[4] Malik R, Khandekar R, Boodhna T, Rahbeeni Z, Al Towerki AE, Edward DP, et al. Eradicating primary congenital glaucoma from Saudi Arabia: The case for a national screening program. Saudi Journal of Ophthalmology. 2017 Oct 1;31(4):247–9.

Coronavirus: i diversi Vademecum da seguire

Gravidanza, allattamento, assistenza alle persone positive e in isolamento. Tante situazioni diverse che fanno sorgere dubbi e domande e possono richiedere approcci e precauzioni diverse. Qui riassunti i decaloghi del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore della Sanità.

Le precauzioni da seguire per il Coronavirus non sono le stesse per tutti. Situazioni particolari richiedono precauzioni specifiche. Ecco una raccolta di raccomandazioni delle più alte autorità per:

  • DONNE IN GRAVIDANZA  Al momento non è stata mai registrata  la trasmissione da madre a feto. Il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale e nessun neonato nato da madre affetta da SARS-CoV-2 è risultato essere positivo al virus. (fonte salute.gov)
  • DONNE CHE ALLATTANO  Il virus non è stato rilevato finora nel latte materno raccolto dopo la prima poppata (colostro) delle donne affette. In almeno un caso sono stati invece rilevati anticorpi anti SARS-CoV-2. Si consiglia, perciò, anche per le donne affette da COVID-19, di continuare l’allattamento. (fonte salute.gov)
  • PER CHI ASSISTE UNA PERSONA POSITIVA E IN ISOLAMENTO. L’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato 20 precauzioni da seguire: “Come assistere a casa i pazienti” – (qui il pdf dei 20 punti)
  • TUTTI  devono rispettare l’obbligo a rimanere a casa fatta eccezione per le sole (e poche) esigenze non rinviabili, che si concentrano nell’ambito del lavoro, della salute e dell’approvvigionamento dei beni essenziali. Ciò significa evitare le uscite che possono essere posposte. Qui un video esaustivo della Polizia di Stato.

Raccontare la cecità sui media

Annunciato il premio per i giovani giornalisti istituito in Trentino da AbC IRIFOR.

Un premio per i giovani giornalisti che hanno raccontato e raccontano con particolare sensibilità e creatività i temi della prevenzione e della riabilitazione visiva come strumenti capaci di scongiurare la disabilità e la perdita di autonomia. Lo ha presentato mercoledì 4 marzo AbC IRIFOR, cooperativa sociale trentina e polo di servizi per la disabilità visiva e uditiva.

Il Premio giornalistico Fernando Cioffi è dedicato alla figura di Fernando Cioffi, storico presidente della Cooperativa, ma soprattutto promotore in Trentino di un sistema che, anche attraverso la prevenzione della cecità e la riabilitazione visiva degli ipovedenti, ha migliorato la salute e l’autonomia delle persone perseguendo l’obiettivo di una più elevata qualità di vita personale, famigliare e comunitaria.

Qui il regolamento e il modulo di partecipazione.

Cataratta

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Cos’è?

La cataratta è un’opacizzazione della lente naturale contenuta nei nostri occhi (cristallino), collocata tra l’iride e il corpo vitreo (sostanza gelatinosa che riempie il bulbo oculare).

Che cause ha?

Ci sono diversi tipi di cataratta, tutti sono dovuti a modificazioni nella composizione chimica del cristallino (principalmente ossidazione delle sue proteine), che comportano una riduzione della sua trasparenza. Le cause di queste alterazioni possono essere molteplici: di solito è l’invecchiamento, ma ci sono anche traumi oculari, malattie oftalmiche o sistemiche (come il diabete), difetti ereditari o congeniti.

Inoltre uno stile di vita malsano potrebbe contribuire ad accelerare l’opacizzazione del cristallino: anche se non tutti gli studi scientifici concordano su questo punto, [1], per precauzione è tuttavia consigliabile non fumare, seguire una dieta sana e praticare un’attività fisica regolare.

Quanto conta l’invecchiamento?

Il normale processo di senescenza causa l’indurimento del cristallino e la riduzione della sua trasparenza (opacizzazione): si tratta della cataratta senile, il tipo più comune.

I bambini, similmente agli adulti, possono sviluppare invece la cataratta congenita (ereditata). L’opacità del cristallino congenita può essere causata da stati infettivi o infiammatori che si verificano durante la gestazione e colpiscono il nascituro, come ad esempio la rosolia.

traumi oculari possono causare la cataratta in soggetti di qualsiasi età. Traumi perforanti, ferite, calore intenso o traumi chimici possono danneggiare il cristallino e determinare l’insorgenza di una cataratta traumatica. Anche alcuni farmaci, tra cui i cortisonici, possono favorire l’opacizzazione del cristallino.

Quali sono i sintomi?

I sintomi che più comunemente vengono riferiti sono: visione offuscata (come se si vedesse attraverso un vetro smerigliato) oppure visione doppia, ipersensibilità alla luce (fotofobia) e sensazione di abbagliamento, percezione dei colori meno vivida, necessità di cambi frequenti nella prescrizione degli occhiali.

Inoltre può accadere che chi ha una presbiopia sia in grado di vedere meglio da vicino (rispetto al periodo precedente l’insorgenza della cataratta) a causa di una progressiva miopizzazione dell’occhio dovuta all’indurimento del nucleo del cristallino. La pupilla, che normalmente è nera può, alla lunga, diventare di colore giallastro o addirittura bianca (in presenza di una cataratta ipermatura).

Come si diagnostica?

Di solito la cataratta viene diagnosticata con l’ausilio di specifici strumenti. A tal fine è opportuno effettuare una visita oculistica periodica completa. L’oculista esaminerà l’occhio per determinare il tipo, le dimensioni e la sede dell’opacità del cristallino. La parte posteriore del bulbo oculare potrà, inoltre, essere esaminata con uno strumento (oftalmoscopio) per valutare se ci siano ulteriori alterazioni oculari che potrebbero contribuire alla riduzione della qualità visiva.

Come si cura?

Visione offuscata (simulazione della cataratta)
Visione offuscata (simulazione della cataratta)

Quando la visione diventa insufficiente, allo stato attuale, l’unico trattamento è l’asportazione chirurgica: oggi nei Paesi avanzati si procede generalmente con la tecnica della facoemulsificazione, che consiste nella frantumazione del cristallino attraverso l’emissione di ultrasuoni, per poi procedere  all’aspirazione di tali frammenti. Dopodiché si impianta una piccola lente artificiale intraoculare (IOL) detta anche “lentina”. L’intervento si esegue in anestesia locale o topica.

Il recupero successivo all’operazione è solitamente rapido, sia perché si effettuano delle incisioni sulla cornea molto più piccole di quanto non si facesse in precedenza (il rischio di astigmatismo post-operatorio è ridotto) sia per il ricorso a una più raffinata tecnica di facoemulsificazione (meno traumatica).

Inoltre si può far ricorso al femtolaser, col quale si possono praticare incisioni ancora più precise sulla cornea e si può frammentare il cristallino minimizzando il trauma (utilizzando meno ultrasuoni) e tagliando in maniera più accurata anche la capsula che lo contiene.

Quando si opera?

Operazione di catarattaLa cataratta va operata quando provoca un deficit visivo rilevante in rapporto alle esigenze del singolo (di solito da anziani) o quando il procrastinare l’intervento aumenterebbe i rischi operatori legati a una maggiore durezza del cristallino.

Ci sono casi in cui l’intervento di cataratta potrebbe dare luogo a complicanze. Ad esempio viene generalmente sconsigliato in pazienti affetti da una forma umida di degenerazione maculare legata all’età (AMD) ancora in rapida evoluzione (ossia che non si sia stabilizzata). Al contrario ci sono casi in cui l’asportazione chirurgica del cristallino potrebbe portare dei vantaggi. Nei pazienti glaucomatosi ad esempio potrebbe contribuire ad abbassare la pressione intraoculare, consentendo loro di ridurre o interrompere la terapia con colliri ipotonizzanti.

Il medico oculista dovrà quindi valutare con attenzione il momento migliore per programmare l’intervento, basandosi fondamentalmente sul quadro clinico oculare del singolo paziente.

Ci sono complicanze dovute all’intervento?

Sì, come in qualunque altro trattamento chirurgico. La cataratta è, comunque, l’intervento chirurgico più effettuato al mondo (se ne eseguono decine di milioni l’anno nei Paesi sviluppati, oltre mezzo milione solo in Italia). Le tecniche attuali hanno ridotto molto i rischi intraoperatori (valutati attorno allo 0,01% circa).

Le complicanze, tuttavia, possono riguardare sia l’atto operatorio che il periodo successivo; una possibile complicanza è l’ipertono anche transitorio (aumento della pressione oculare). Altri problemi possono riguardare la superficie oculare (in particolare l’occhio secco), così come il fondo oculare, ad esempio l’èdema maculare o il distacco di retina (nei soggetti predisposti), oltre a poter coinvolgere il corpo vitreo (insorgenza o aumento di miodesopsie o corpi mobili), ecc. [2]

Per quanto riguarda il momento chirurgico ci possono essere problemi a diverse strutture oculari (generalmente anteriori) che, nella maggior parte dei casi, non influenzano il risultato funzionale; tuttavia, potrebbero complicare l’intervento chirurgico stesso.

Quali sono gli accorgimenti da prendere dopo l’operazione?

Si deve evitare di sfregare l’occhio e di dormire sullo stesso lato dell’occhio operato. È importante instillare i colliri prescritti dal medico ed evitare gli sforzi fisici (come sollevare dei pesi). Si consiglia l’uso di occhiali da sole a causa dell’ipersensibilità alla luce (di solito transitoria). Inoltre, è importante sottoporsi ai controlli stabiliti dall’oculista, poiché è alto il rischio d’infezione nelle due settimane successive all’intervento.

Quanto è frequente la cataratta?

Secondo l’Istat in Italia colpisce circa l’8,5% della popolazione tra i 70 e i 74 anni, il 12,4% nei cinque anni successivi e il 17,1% di chi supera gli 80 anni. Per l’OMS è la prima causa al mondo di cecità e ipovisione (anche se quasi sempre è reversibile). Secondo gli ultimi dati disponibili è responsabile del 53% dei casi di disabilità visiva [3], principalmente concentrati nei Paesi in via di sviluppo, dove in molti casi non si hanno le risorse necessarie per effettuare l’operazione di cataratta.

Cos’è una cataratta secondaria?

È un’opacizzazione della capsula posteriore del cristallino naturale, ossia della membrana che si trova dietro la “lentina” (quella artificiale). Le cause non sono ancora del tutto note (però si manifesta a causa di aggregati proteici a livello della suddetta capsula): si presenta nel 25-30% dei casi a due anni dall’intervento.

Si può curare la cataratta secondaria?

Sì. Il trattamento viene eseguito a livello ambulatoriale con un breve intervento laser  (capsulotomia Yag laser) che rimuove l’opacizzazione [4].

Lo sviluppo della cataratta è prevenibile?

cataratta-copertina_opuscolo-web.jpgSecondo gli studi condotti soprattutto negli ultimi anni si può ritenere che la cataratta sia, almeno in parte, prevenibile. Si può cercare di agire sui fattori di rischio per tardarne l’insorgenza, tra cui s’ipotizza che siano il fumo, l’inattività fisica, una cattiva alimentazione e l’esposizione al sole forte senza valide protezioni (occhiali scuri con filtri a norma di legge) [5]. Parecchi studi osservativi dimostrano, inoltre, l’effetto benefico di una dieta sana nella prevenzione della cataratta.

Ricercatori canadesi e americani scrivono sulla rivista Ophthalmology che “la presenza di diabete mellito, ipertensione, obesità e sindrome metabolica […] si è visto, in diversi studi osservativi, aumenta il rischio di cataratta. La prevenzione e il trattamento di queste condizioni possono ridurlo”. [6]

Gli stessi esperti [7] concludono che “è controverso il ruolo dei complementi alimentari multivitaminici e minerali nella riduzione della cataratta correlata all’età (ARC)”. Infatti sembrerebbe che “alti dosaggi delle vitamine C ed E lo aumentino”, mentre invece “un trial randomizzato dell’assunzione di multivitaminici/minerali con 9 anni di follow-up ha evidenziato un numero inferiore di cataratte nucleari (una riduzione del 34%)” [8].

fattori genetici giocano un ruolo importante e, comunque, durante la terza età si verificano processi d’invecchiamento che coinvolgono tutto l’organismo, cristallino compreso.

[1] anche perché estremamente difficile da dimostrare. Sul fronte degli studi che evidenziano l’esistenza di un nesso tra l’esercizio fisico intenso e la riduzione della probabilità di essere colpiti da cataratta citiamo, tuttavia, Williams PT, “Prospective Epidemiological Cohort Study of Reduced Risk for Incident Cataract with Vigorous Physical Activity and Cardiorespiratory Fitness during a 7-Year Follow-up”, Invest. Ophthalmol. Vis. Sci. 2009 50: 95-100. Invece in uno studio più recente, anche se effettuato su un numero molto inferiore di persone, si sostiene che il nesso è stato evidenziato solo con la retinopatia diabetica (Wang YX, Wei WB, Xu L, Jonas JB, “Physical activity and eye diseases. The Beijing Eye Study”, Acta Ophthalmol. 2018 Oct 18. doi: 10.1111/aos.13962, Epub ahead of print)

[2] per un elenco esaustivo delle possibili complicanze si consulti il consenso informato della SOI (Società Oftalmologica Italiana).

[3] spesso è però operabile, per cui è da considerarsi potenzialmente transitoria, ndr

[4] che si è creata dietro la lente artificiale

[5Ophthalmology (2015), Invest. Ophthalmol. Vis. Sci. (2014), IOVS (2012), Berkely Lab (2009)

[6] Olson RJ, Braga-Mele R, Chen SH, Miller KM, Pineda R 2nd, Tweeten JP, Musch DC., “Cataract in the Adult Eye Preferred Practice Pattern®”, Ophthalmology

[7ivi, p.17

[8ibidem

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus

Leggi le condizioni generali di consultazione di questo sito

Retinopatia diabetica

Foto: retina di diabetico (con diapositi ialini)

Cos’è?

È una grave complicanza del diabete: colpisce la retina e, in età lavorativa, è la prima causa d’ipovisione e cecità nei Paesi sviluppati. Si calcola che venga diagnosticata una retinopatia a circa un terzo dei diabetici.

Quanto è diffusa?

L’Organizzazione mondiale della sanità stima che i diabetici nel mondo siano 422 milioni [dati pubblicati nel 2016 e riferiti al 2014, ndr]]. Secondo l'[Istat (2017) in Italia la prevalenza del diabete è stimata intorno al 5,3% della popolazione (oltre 3,2 milioni di persone [[secondo altre fonti andrebbero aggiunte circa un milione di persone non ancora diagnosticate, ndr]]); colpisce particolarmente gli anziani ossia il 16,5 per cento tra le persone dai 65 anni in su [[dati relativi al 2016]]. Se generalmente il diabete di tipo 1 (il più grave) è diagnosticato dopo i 30 anni, indicativamente la prevalenza di retinopatia diabetica è del 20% dopo 5 anni di malattia, del 40-50% dopo 10 anni e di oltre 90% dopo 20 anni. [[Kempen JH, O’Colmain BJ, Leske MC et al., “The prevalence of diabetic retinopathy among adults in the United States”, Arch Ophthalmol 2004; 122:552-563]] La IAPB internazionale scrive:
Mentre in passato erano colpiti soprattutto i Paesi più benestanti, oggi gli Stati a basso e medio reddito rendono conto di circa il 75% dei diabetici e molti di questi Paesi] sono ancora poco attrezzati per diagnosticarlo correttamente, per trattarlo e gestire le conseguenze varie e complesse di questa patologia. Attualmente il Sud-Est asiatico e il Pacifico occidentale rendono conto di oltre la metà dei diabetici adulti a livello mondiale.[[[Diabetic Retinopathy-An Overview]]
Va detto, comunque, che la zona del mondo dove si registra la maggiore prevalenza di diabetici è il Mediterraneo orientale [[intesa come regione Oms, ndr]] (13,7% della popolazione maggiorenne), mentre complessivamente la regione europea si attesta al 7,3% (l’Africa è al 7,1%).[[Global burden of diabetes, WHO, 2016, p.25]] In un Rapporto sul diabete l’OMS scrive: La retinopatia diabetica è un’importante causa di cecità e si verifica come risultato di un danno accumulato nel lungo periodo a carico dei piccoli vasi sanguigni della retina. […] La retinopatia diabetica ha provocato globalmente l’1,9% della disabilità visiva (moderata o grave) e il 2,6% della cecità nel 2010. Ci sono studi che suggeriscono che la prevalenza di qualunque tipo di retinopatia in persone con diabete sia del 35%, mentre quella della retinopatia proliferante (pericolosa per la vista) sia del 7%.

La retinopatia diabetica è prevenibile?

Foto: retina di diabetico (con diapositi ialini)Sì, i danni alla retina sono generalmente evitabili controllando bene il diabete. In particolare, è stato dimostrato che un attento controllo della pressione arteriosa in chi ha il diabete di tipo 2 riduce il rischio di malattia micro-vascolare del 37%, il tasso di progressione della retinopatia diabetica del 34% e il rischio di peggioramento dell’acuità visiva del 47%. [[Holman RR, Paul SK, Bethel MA et al., “Long-term follow-up after tight control of blood pressure in type 2 diabetes”, N Engl J Med 2008; 359:1565-1576]]. Occorre sempre prestare attenzione alla prevenzione primaria (controllando attentamente fattori di rischio quali la glicemia elevata, l’ipertensione arteriosa e la dislipidemia), la prevenzione secondaria (individuando tempestivamente la retinopatia diabetica e approntando i necessari trattamenti) e la prevenzione terziaria (riabilitazione visiva).

In che modo si può diagnosticare e prevenire?

Innanzitutto controllando periodicamente il livello di zuccheri in circolo: occorre sottoporsi ai classici esami del sangue e, in particolare,della glicemia. Inoltre è essenziale eseguire controlli periodici del fondo oculare e, se necessario, sottoporsi ad esami specifici (come fluorangiografia e OCT) per valutare l’eventuale presenza della malattia e la sua gravità. Quest’ultima dipende, in massima parte, dal grado di scompenso del diabete: ciò che conta non è solo il valore della glicemia, ma pesano anche le sue variazioni quotidiane (=differenza tra massimo e minimo). Un test attendibile è l’emoglobina glicata (HbA1c): si misura con un semplice prelievo sanguigno e dà una misura dell’andamento della glicemia degli ultimi mesi.

Come si esegue la diagnosi?

Per la diagnosi della retinopatia diabetica l’osservazione del fondo oculare (oftalmoscopia diretta e indiretta) è un momento essenziale nella visita della persona con diabete mellito. Altre metodiche che permettono di studiare il microcircolo e scoprire le alterazioni dei vasi retinici sono:
  • retinografia (utile quando si debbano effettuare confronti nel tempo delle condizioni del fondo oculare);
  • fluorangiografia (la digitalizzazione di tale metodica permette di elaborare le immagini in modo da evidenziare con grande nitidezza le più piccole alterazioni della rete capillare e fornisce informazioni utili per un eventuale trattamento laser).
Invece l’OCT è un esame diagnostico retinico non invasivo che consente di valutare l’eventuale presenza di liquido nei tessuti della retina (edema maculare diabetico) e la sua evoluzione nel tempo.

Qual è la causa?

La causa principale della retinopatia diabetica è la presenza di un diabete mal controllato che, nel tempo, porta allo sviluppo di alterazioni dei piccoli vasi sanguigni, fino a creare dei veri e propri sfiancamenti (detti microaneurismi) e la trasudazione della parte liquida del sangue in prossimità della regione maculare – il centro della retina – che, a sua volta, può provocare la maculopatia diabetica (èdema maculare). L’accumulo di sostanze al di fuori dei vasi è detto essudato. La malattia progredisce lentamente, provocando danni prima reversibili (curabili), che diventano progressivamente irreversibili (il tessuto nervoso retinico può essere danneggiato irreparabilmente e si può perdere la vista se non ci si cura correttamente).

Quali forme esistono?

Esistono due tipi di retinopatia diabetica:
  • Forma non proliferante. I vasi retinici presentano zone di indebolimento, con dilatazione della parete (microaneurismi), e possono sanguinare, producendo emorragie retiniche, edema e/o ischemia. L’edema si verifica quando trasuda del liquido dalle pareti alterate dei capillari: il fluido provoca un rigonfiamento della retina o l’accumulo di grassi e proteine (essudati duri). L’ischemia (carenza di ossigeno ai tessuti) è il risultato dell’occlusione dei vasi capillari; la retina, ricevendo sangue in quantità insufficiente, non riesce a funzionare correttamente. Ciò favorisce il passaggio alla forma proliferante.
  • Forma proliferante. Si presenta quando i capillari retinici occlusi sono numerosi, compaiono ampie zone di sofferenza retinica (aree ischemiche ed essudati molli). Queste zone di retina sofferente, nel tentativo di supplire alla ridotta ossigenazione, reagiscono stimolando la crescita di nuovi vasi sanguigni. I nuovi vasi sono però anomali perché hanno una parete molto fragile e si moltiplicano sulla superficie della retina. Essi sanguinano facilmente, dando luogo a emorragie vitreali, e portano alla formazione di tessuto cicatriziale, il quale, contraendosi progressivamente, può provocare il raggrinzimento e/o il distacco della retina.

Quali sono i sintomi?

A volte la retinopatia diabetica porta ad un calo progressivo della vista fino all’ipovisione e alla cecità, mentre in altri casi rimane priva di sintomi soggettivi (non si avverte alcun disturbo) fino a stadi avanzati della malattia, quando però si manifesta un calo grave ed improvviso dell’acuità visiva.

Quale terapia si può seguire?

Retina di diabetico trattata col laser È essenziale, se i valori sono alterati, riportare entro i valori normali la glicemia e l’emoglobina glicosilata [[proteina presente nel sangue che tende a legarsi al glucosio e permette di ricostruire quanti zuccheri si sono assunti di recente]]. A tale scopo possono essere utili ai diabetici, da un lato, i farmaci ipoglicemizzanti e, dall’altro, integratori alimentari specifici, rimedi vasoprotettori ed anti-edemigeni (contro l’accumulo di liquidi sotto la retina). In caso di retinopatia diabetica avanzata, invece, può essere necessario, oltre all’impiego dell’insulina per via generale, il ricorso alla laserterapia fotocoagulativaretinica allo scopo di salvare la vista residua. Se si è affetti da una grave retinopatia diabetica, con sanguinamento consistente, può essere necessario invece un intervento chirurgico di vitrectomia (rimozione dell’umor vitreo ed asportazione di eventuali membrane). In caso di presenza di èdema maculare diabetico si può fare ricorso anche a iniezioni intravitreali [[anti-VEFG, cortisone]] che inibiscono la proliferazione indesiderata di vasi retinici dannosi.

Quando andare dall’oculista?

In seguito alla diagnosi di diabete è vivamente consigliabile prenotare tempestivamente una visita oculistica, in modo da valutare le condizioni visive e lo stato della retina. Sarà poi l’oculista a indicare la data più opportuna per la visita successiva e potrà adottare la terapia più idonea ed efficace. E’ ovviamente importante farsi seguire anche da un diabetologo. Le linee-guida SID (Società Italiana di Diabetologia) e AMD (Associazione Medici Diabetologi) raccomandano intervalli di screening ogni due anni se la retinopatia è assente all’ultimo controllo, un anno se lieve, sei mesi o direttamente invio a consulenza se si riscontra retinopatia moderata o più grave [[Sito di SID Italia]]. Soprattutto se si soffre il diabete di tipo 1 può essere opportuno controllare il fondo oculare almeno una volta l’anno. Il New England Journal of Medicine [DCCT/EDIC Research Group., Nathan DM, Bebu I, Hainsworth D, Klein R, Tamborlane W, Lorenzi G, Gubitosi-Klug R, Lachin JM., “[Frequency of Evidence-Based Screening for Retinopathy in Type 1 Diabetes“, N Engl J Med. 2017 Apr 20;376(16):1507-1516. doi: 10.1056/NEJMoa1612836]] scrive in particolare:
In pazienti che avevano da 5 anni il diabete di tipo 1 le attuali raccomandazioni riguardo allo screening della retinopatia diabetica comprendono esami retinici annuali con dilatazione della pupilla per diagnosticare una retinopatia proliferante oppure un edema maculare clinicamente significativo; entrambi i casi richiedono un intervento tempestivo per preservare la vista. [[Secondo R. Frezzotti e R. Guerra (nel volume Oftalmologia essenziale) a 15-20 anni dalla diagnosi praticamente tutti i pazienti affetti da diabete grave e oltre il 60% delle persone affette dalla forma meno grave presentano un certo grado di retinopatia diabetica.]]
Link utili: Linee-guida per lo screening, la diagnostica e il trattamento della retinopatia diabetica, Social Manifesto sulla retinopatia diabetica Vedi anche: video sulla prevenzione della retinopatia diabetica Bibliografia
  • Bourne RR, Stevens GA, White RA, Smith JL, Flaxman SR, Price H et al., “Causes of vision loss worldwide, 1990–2010: a systematic analysis”, Lancet Global Health. 2013;1:(6)e339-e349
  • Global Report on Diabetes, WHO, 2016
  • ISTAT, “Il diabete in Italia”, 2017
  • R. Frezzotti e R. Guerra, “Oftalmologia essenziale”
  • B. Cassin, M. L. Rubin, “Dizionario di Oftalmologia”, V ediz., 2007
  • White Paper sulla retinopatia diabetica, 2016
  • “Frequency of Evidence-Based Screening for Retinopathy in Type 1 Diabetes”, commento di SID Italia, 2017
  • Standard italiani per la cure del diabete mellito 2018
    Fonti di riferimento: Oms, Epicentro (Istituto Superiore di Sanità), Istat, Oftalmologia essenziale.

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Retinopatia ipertensiva

Effetti della retinopatia ipertensiva (foto: Università dell'Iowa, Usa)

Cos’è?

Effetti della retinopatia ipertensiva (foto: Università dell'Iowa, Usa) È una malattia oculare che coinvolge le arterie e le vene della retina, il nervo ottico e la coroide (strato del bulbo oculare ricco di vasi sanguigni). Può provocare, nei casi più gravi e avanzati, un peggioramento della visione perché altera il corretto funzionamento della retina.

Da cosa è causata?

La causa di questa patologia è la pressione arteriosa troppo alta. Infatti, chi ha una pressione cronicamente oltre i valori normali (80 mmHg per la minima e 120 mmHg per la massima) a lungo andare tende a soffrire di alterazioni dei vasi retinici ossia:

  1. riduzione della dimensione (calibro) delle arterie, che si restringono progressivamente;
  2. dilatazione delle vene, che tendono ad assumere un decorso tortuoso;
  3. formazione di incroci artero-venosi ad angolo retto.

Questo tipo di evoluzione della malattia porta alla formazione di aree in cui manca l’apporto di ossigeno e di nutrienti (aree ischemiche della retina): all’esame del fondo oculare potrebbero essere presenti essudati duri, molli (anche a forma di batuffolo di cotone) e piccole emorragie (nello strato delle fibre nervose). Anche la coroide va incontro alla formazione di aree non irrorate, mentre la testa del nervo ottico, almeno nelle forme più avanzate della malattia, si può sollevare a causa della presenza di un certo grado di èdema papillare. Queste alterazioni sono lente e progressive, ma alla lunga possono compromettere la normale capacità visiva.

Quali sono i sintomi?

Nelle forme lievi non sono presenti disturbi, mentre nelle forme avanzate di retinopatia ipertensiva la visione può risultare annebbiata e le immagini distorte.

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi avviene attraverso l’esame del fondo oculare, previa instillazione di un collirio per la dilatazione delle pupille (esame in midriasi). È possibile, in questo modo, valutare dimensione e decorso dei vasi sanguigni, eventuale presenza di emorragie, di essudati o di edema maculare. A seconda del grado di alterazione arterioso e venoso nonché della presenza di lesioni (comprese eventuali zone ischemiche) si determina lo stadio della malattia.

Un’eventuale fluorangiografia ( esame strumentale durante il quale si inietta per via endovenosa una sostanza fluorescente e si eseguono delle fotografie della retina in tempi diversi) può essere utile per evidenziare alterazioni precoci dei vasi retinici e poter studiare l’evoluzione della patologia.

Qual è la terapia?

La terapia si basa esclusivamente sul controllo, attraverso opportune cure, dell’ipertensione arteriosa sistemica (pressione alta). È importante, quindi, l’esame semestrale del fondo oculare dall’oculista in chi è iperteso, anche per verificare il grado di efficacia della terapia e valutare lo stadio della malattia retinica. Può accadere che si scopra di essere ipertesi soltanto dopo una visita oculistica, quando il medico rileva la presenza dei segni iniziali della retinopatia ipertensiva.

Prendo regolarmente un medicinale che riporta la mia pressione a valori normali, posso stare tranquillo/a?

Mediante il controllo del fondo oculare si possono evidenziare le alterazioni retiniche a carico del microcircolo, contribuendo così alla diagnosi precoce di uno stato ipertensivo latente e consentendo – con l’ausilio del cardiologo o dell’internista – un trattamento farmacologico adeguato. In questo modo si potrà formulare un giudizio sull’efficacia della terapia antipertensiva in atto. È evidente, quindi, che un controllo periodico della condizione del fondo dell’occhio potrà fornire un’informazione accurata sull’evoluzione di eventuali alterazioni retiniche causate dall’ipertensione.

La mia pressione è poco più alta della norma, come devo comportarmi?

La pressione arteriosa al di sopra della norma, in particolare quella diastolica (la minima), provoca danni ai vasi sanguigni degli occhi. Più a lungo e più è alta tale pressione arteriosa, più rischia di essere grave il danno. È consigliato quindi, in questi casi, farsi seguire da un cardiologo o da un internista, i quali hanno le competenze più adeguate. Un’opportuna terapia farmacologica, associata a una dieta corretta (poco sale e pochi grassi), oltre a uno stile di vita meno sedentario ( praticando  quindi regolarmente un’attività fisica moderata), possono portare a un miglioramento del quadro clinico.

Nota: la pressione alta degli occhi (ipertensione oculare) è soltanto marginalmente legata a quella sanguigna: difficilmente chi soffre di pressione arteriosa elevata ha valori elevati di quella oculare (o viceversa). Tuttavia recenti studi epidemiologici hanno confermato l’esistenza di una correlazione, tanto che chi soffre di pressione arteriosa alta sarebbe anche più a rischio di essere colpito da glaucoma.


Impianti retinici: a che punto siamo e cosa ci riserva il futuro

Stanislao Rizzo

Risultati entusiasmanti e traversie finanziarie si incrociano nel racconto di uno dei chirurghi più esperti del settore in Italia. Il lungo periodo di sperimentazione tra i principali ostacoli allo sviluppo delle nuove tecnologie. Ma all’IRCCS Gemelli un nuovo impianto da 400 elettrodi potrebbe arrivare presto in sperimentazione.

Intervista a Stanislao Rizzo, Direttore della Clinica Oculistica del Policlinico e IRCCS A. Gemelli di Roma e Professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Stanislao Rizzo è uno dei pochi chirurghi oculistici al mondo ad aver impiantato protesi retiniche con regolarità. I suoi pazienti, sottoposti all’impianto della protesi Argus, hanno iniziato a percepire di nuovo forme in scala di grigi.

“Si tratta di un risultato entusiasmante dal punto di vista medico e tecnologico, ma non è possibile considerarlo un ‘recupero’ della vista – spiega il Professore-. È un inizio. Sono convinto, però, che aumentando la complessità delle protesi, la rappresentazione visiva migliorerà in maniera sostanziale”.

La tecnologia alla base dell’intervento prevede l’impianto di un disco di elettrodi all’interno dell’occhio, sulla superficie della retina centrale, la macula, stimolando le cellule nervose deputate alla trasmissione degli stimoli luminosi al cervello. Una telecamera ed un piccolo computer esterno filmano e rielaborano le immagini comunicando in maniera wireless con gli elettrodi della protesi. Questi, ricevuto un preciso impulso radio modulato sulle immagini di volta in volta caricate dalla telecamera, stimolano la retina e la corteccia visiva permettendole di raffigurare le forme dell’ambiente circostante.

Non è un sistema adatto a tutti

“Solo i pazienti divenuti ciechi in età adulta– spiega Rizzo – possono trarne beneficio perché la corteccia visiva deve aver ricevuto durante lo sviluppo della visione i necessari stimoli per la sua crescita. Una delle patologie che possano risentire favorevolmente di tale tecnologia è la retinite pigmentosa avanzata, in cui i fotorecettori retinici sono andati completamente distrutti ma le cellule deputate alla conduzione dello stimolo visivo ancora sopravvivono.

Il fatto che gli impianti retinici possano, tutto sommato, rivolgersi ad un bacino limitato di pazienti e che la rappresentazione visiva offerta sia ancora limitata, ha comportato il sostanziale fallimento delle aziende che avevano aperto la strada nel settore. “Gli investitori – spiega Rizzo – hanno ritirato i finanziamenti. A demotivarli non erano tanto i costi degli impianti in se stessi[1], quanto piuttosto quelli della ricerca. Costi che potevano essere recuperati solo dopo moltissimi anni. Il percorso di sperimentazione e approvazione per un tipo di protesi è, infatti, di circa 12 anni”.

Il fallimento delle aziende pionieri e i lunghi tempi di attesa hanno rappresentato una battuta d’arresto per la branca degli impianti retinici, ma non ne hanno decretato la fine.

“Al contrario – spiega Rizzo – contiamo di poter presto avviare una sperimentazione all’IRCCS Gemelli che riguarderà una protesi con 400 elettrodi. Comparati ai 60 dell’Argus confidiamo offrirà una risoluzione molto maggiore con corrispondente beneficio per i pazienti”.


[1] Circa 100mila Euro nel caso dell’Argus

Degenerazione maculare: rispettare le visite rende più efficace la cura

Identificata la correlazione tra aderenza alle visite e progresso nell’acuità visiva nei pazienti affetti da degenerazione maculare legata all’età: la compliance del paziente ha un impatto sul recupero della vista.

La compliance della persona nell’aderire a visite specialistiche periodiche ha degli effetti sui risultati visivi. Lo dimostra una ricerca americana su pazienti affetti da degenerazione maculare neovascolare legata all’età. Lo studio, realizzato da un team di ricercatori del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università della Pennsylvania, pubblicato su Jama Ophtalmology[1], ha evidenziato una correlazione positiva tra l’adesione ai trattamenti, che prevedevano una continuità delle visite e l’aumento dell’acuità visiva

La sperimentazione clinica randomizzata è stata condotta su 1.178 individui con degenerazione maculare legata all’età, reclutati da 44 centri clinici negli Stati Uniti. Il protocollo di studio di due anni anni richiedeva 1 visita ogni 4 settimane – ogni 21/35 giorni per un totale di 26 visite – per trattamenti mensili. L’analisi ha avuto luogo da novembre 2018 a maggio 2019.

I pazienti dovevano partecipare alle visite ogni 4 settimane; ogni visita mancata era associata a un declino medio del punteggio della lettera dell’acuità visiva di 0,7. Rispetto ai pazienti che hanno effettuato regolari visite, quelli che in media si facevano visitare tra 36 e 60 giorni, e più di 60 giorni, hanno perso rispettivamente 6,1 e 12,5 lettere. Tutte le misure valutate di aderenza e costanza alle visite hanno avuto un’associazione con risultati visivi e, data l’elevata probabilità di una sostanziale perdita dell’acuità visiva in questo tipo di pazienti, non sorprende che l’aderenza alle visite abbia avuto un ruolo fondamentale.

i risultati di questo studio clinico fornisco dunque prove a supporto della correlazione tra l’adesione alle visite e il miglioramento dell’acuità visiva. L’ampiezza di questa associazione all’interno di questo scenario suggerisce che dovrebbero essere spesi sforzi sostanziali per perseguire nell’aderenza alle visite o nell’individuare strategie terapeutiche che riducano l’onere della visita senza compromettere i risultati visivi.


[1] M. S. Ramakrishnan, Y. Yu, B.L. VanderBeek, Association of Visit Adherence and Visual Acuity in Patients With Neovascular Age-Related Macular Degeneration, in “Jama Ophtalmology”, 6th February 2020.