I traumi da pallone riducono la risposta al K-D test

Uno studio prospettico americano suggerisce che le funzioni oculomotorie possono riflettere un danno sensoriale sottile causato da impatti sub-concussivi alla testa.

I traumi sub-concussivi da pallone riducono temporaneamente la risposta al King-Devick test. È questa la scoperta della sperimentazione clinica randomizzata condotta dalla Indiana University School of Public Health di Bloomington[1]. Lo studio ha valutato la velocità e l’errore del King-Devick test scoprendo che 10 colpi di pallone alla testa sono in grado di smussare la capacità neuro-oftalmologica di apprendere e adattarsi al K-D test.

In questo studio clinico sono stati messi a confronto due gruppi composti da 67 giocatori di calcio con un’età media di 20,6 anni: un gruppo di “testa” e un gruppo di “calcio” (gruppo di controllo). Il gruppo di testa ha eseguito 10 testate con palloni da calcio proiettati a una velocità di 25 mph. Il gruppo di controllo ha seguito lo stesso protocollo ma con 10 calci. L’errore del K-D test e il punto di convergenza vicino (NPC)[2] sono stati valutati a 0, 2 e 24 ore dopo la direzione o il calcio.

Differenze di gruppo si sono verificate in tutti i punti post-intervento. In particolare, il gruppo di controllo dei calci ha eseguito il K-D test più velocemente a 0, 2 e 24 ore dopo l’intervento rispetto al gruppo di testa. Dai dati è inoltre emerso che 10 testate da pallone di calcio hanno significativamente alterato l’NPC immediatamente dopo l’impatto e la compromissione è persistita per più di 24 ore. L’NPC era cronicamente compromesso nei giocatori di football americano delle scuole superiori che sostenevano alte frequenze e magnitudini di impatti alla testa.

L’impatto sub-concussivo della testa, definito come un impatto sulla testa che non induce sintomi clinici di commozione cerebrale, è emerso dunque come problema diffuso. Questi risultati supportano l’ipotesi che la funzione neuro-oftalmologica è influenzata, almeno a breve termine, da impatti sub-concussivi alla testa causando la vulnerabilità temporale della funzione oculomotoria e dell’efficienza cognitiva.

I circuiti neurali, che collegano le funzioni cognitive e oculomotorie, possono essere così temporaneamente vulnerabili e questo potrebbe interessare diverse persone impegnate in sport di contatto. Ulteriori studi potranno poi aiutare a determinare se queste misure potranno essere uno strumento clinico utile per rilevare lesioni sub-concussive acute della testa che possono compromettere l’integrità neuro-oftalmologica.


King-Devick Test

Il King-Devick Test è uno strumento di screening creato da King-Devick Technologies per valutare i deficit cognitivi visivi post-concussione attraverso l’analisi delle componenti saccadiche dei movimenti oculari. È una valutazione rapida di due minuti della denominazione numerica, in cui un individuo legge rapidamente ad alta voce numeri a una cifra e si valutano le alterazioni dei movimenti oculari, dell’attenzione e della funzione del linguaggio.

Per un approfondimento visita il sito: https://kingdevicktest.com/


[1] Madeleine K. Nowak et al., Neuro-Ophthalmologic Response to Repetitive Subconcussive Head Impacts. A Randomized Clinical Trial, in “JAMA Ophthalmology”, February 2020. 

[2] Il punto di convergenza vicino (NPC) misura il punto di messa a fuoco più vicino prima dell’impatto.

Gennaio – Marzo 2020

“Oftalmologia Sociale” è la pubblicazione trimestrale dell’Agenzia Internazionale per la prevenzione della Cecità-IAPB Italia onlus. Si tratta di una rivista di sanità pubblica, in cui si spazia dalle news sull’oftalmologia mondiale alle notizie dall’Italia, passando per la riabilitazione visiva, le cellule staminali e le altre frontiere della ricerca medico-scientifica.

Scarica oftalmologia_sociale-n.4-2019.pdf

Un’Intelligenza Artificiale per i neonati a rischio retinopatia

I neonati prematuri hanno maggiori probabilità di sviluppare la retinopatia posteriore aggressiva: una patologia che, se non trattata, determina la perdita della vista. Uno studio dell’Oregon Health & Science University ha utilizzato l’Intelligenza Artificiale (AI) per diagnosticare per tempo questa malattia.

L’Intelligenza Artificiale può aiutare a identificare i neonati a rischio di retinopatia posteriore aggressiva della prematurità[1]. Lo spiega uno studio finanziato dal National Eye Institute e condotto dall’Oregon Health & Science University, che aiuta a diagnosticare laforma più grave della retinopatia del prematuro (ROP).

La retinopatia posteriore aggressiva (AP-ROP) è una malattia a rapida progressione in genere in neonati di età gestazionale inferiore a 26 settimane e con un peso alla nascita estremamente basso (< 700 gr)[2]. La patologia non sempre viene diagnosticata per tempo per via della difficile rilevazione di alcune sue caratteristiche. Negli occhi dei prematuri, i vasi sanguigni risultano fragili e possono crescere in modo anomalo provocando cicatrici. Se la retinopatia posteriore non è diagnosticata per tempo, la crescita di questi vasi può peggiorare fino a provocare il distacco della retina, la principale causa della perdita della vista associata alla patologia.

Nello studio americano, è stato utilizzato il sistema di deep learning “i-ROP” per la classificazione della retinopatia posteriore all’interno di nove centri di assistenza neonatale. Si tratta di un tipo di Intelligenza Artificiale utilizzato per il riconoscimento delle immagini del fondo oculare, al quale i ricercatori hanno affiancato un punteggio quantitativo di gravità vascolare (scala 1-9) per la valutazione dei neonati e il monitoraggio della progressione della malattia.

Complessivamente, sono stati seguiti nel tempo 947 neonati e sono state effettuate 5.945 visite oculistiche con immagini del fondo oculare, analizzate sia dal sistema di classificazione automatica che da un team di esperti. Dallo studio è emerso che il 3% dei neonati ha sviluppato la malattia. In particolare, è stato identificato un profilo di paziente AP-ROP più chiaro e quantificabile: rispetto ai neonati che necessitavano di cure ma che non avevano sviluppato la patologia, quelli conAP-ROP sono nati più leggeri (617g contro 679g) e più giovani (24,3 settimane contro 25,0 settimane). Nessun piccolo paziente nato dopo 26 settimane ha sviluppato invece la malattia. Vi è stato poi un significativo grado di disaccordo tra i valutatori, un dato che suggerisce la necessità di continuare a lavorare allo sviluppo di parametri oggettivi per la valutazione della gravità della malattia.

L’AI utilizzata nella sperimentazione clinica ha recentemente ottenuto il riconoscimento di “Terapia Innovativa” dall’ente governativo statunitense FDA accelerandone lo sviluppo: “È importante riconoscere – ha affermato Grace Shen, Direttore del programma sulle malattie della retina presso il National Eye Institute – che attualmente non esiste uno standard per la diagnosi di AP-ROP. Avere metriche oggettive, basate sull’intelligenza artificiale, per rilevare la patologia è un passo nella giusta direzione per questa popolazione di bambini altamente vulnerabili[3]”. L’analisi delle caratteristiche quantitative della retinopatia posteriore aggressiva potrà dunque aiutare a migliorare la diagnosi e il trattamento di una forma aggressiva e minacciosa per la vista nella prematurità.


[1] Kellyn N. Bellsmith et al., Aggressive Posterior Retinopathy of Prematurity, in “Ophtalmology”,
6 Febbrario 2020.

[2] http://www.ospfe.it/il-professionista/societa-medico-chirurgica/archivio-convegni-2018/argomenti-di-neuroftalmologia/Rischio%20neuro%20evolutivo%20nel%20bambino%20con%20ROP-Monari.pdf

[3] https://www.news-medical.net/news/20200304/AI-may-help-identify-newborns-at-risk-for-aggressive-posterior-retinopathy-of-prematurity.aspx

Dentro l’oculistica di Lodi

Nel cuore dell’epidemia il reparto chirurgico continua a visitare e curare. “Non possiamo aspettare che una persona perda la vista ed è quello che succederebbe in molti casi se rimandassimo gli interventi” racconta il direttore Massimo De Micheli.

LODI, 24 marzo 2020 – Cosa succede ad una persona con distacco di retina in piena emergenza Covid-19 e nella provincia che ha visto il virus manifestarsi a Codogno? Questa è stata il pensiero che Massimo De Micheli, direttore dell’Oculistica presso l’Ospedale Maggiore di Lodi, ha fatto nei primi, concitati giorni dell’emergenza.

Da allora le sale operatorie sono state trasformate in rianimazioni, gli infermieri sono stati mobilitati nei reparti che ricoveravano i malati di Covid-19, gli anestesisti si sono dedicati pressoché interamente al grandissimo numero di pazienti intubati e gli oculisti hanno cominciato a coprire i turni del Pronto Soccorso.

“Eppure non ci siamo mai fermati – spiega De Micheli – ed una piccola sala operatoria è rimasta in funzione per gli interventi agli occhi. Allo stesso tempo è andata avanti – mantenendo gli appuntamenti distanziati in modo tale che i pazienti non si incrociassero – l’attività di diagnosi per varie patologie, tra le quali quelle retiniche e il glaucoma”.

“Non possiamo fermarci: non si possono abbandonare i pazienti a loro stessi e ci sono degli interventi che non possono essere rimandati. Già ora, in gran parte d’Italia, il rischio che l’epidemia di Covid-19 porti a trascurare molte altre patologie, arrecando danni gravi e irreparabili, è altissimo. In oculistica il distacco di retina non può aspettare, perché si perde la vista. Il glaucoma scompensato non può aspettare, l’olio di silicone iniettato nel vitreo (in caso di distacco di retina) va tolto prima che diventi tossico, il foro maculare va circoscritto prima che si allarghi e per ogni iniezione intravitreale che il paziente ‘salta’, la degenerazione maculare avanza un poco, e non si potrà recuperare quello che è andato perduto. Ecco cos’è l’urgenza in oculistica che ci troviamo ad affrontare. I confini della definizione non sono ferrei, ma che una vasta casistica di interventi urgenti esista anche ora; non c’è dubbio alcuno”.

Con tutte le precauzioni possibili il reparto esegue almeno 4 interventi di retina alla settimana, diverse iniezioni intravitreali e altre operazioni chirurgiche necessarie che permettono ai pazienti di Lodi – e a quelli di altri ospedali – di ricevere le cure delle quali hanno bisogno. È una fortuna anche perché, soprattutto nei primi giorni dell’epidemia, le possibilità per un malato del lodigiano di venir accettato in un altro Ospedale d’Italia erano remote.

“Il lavoro è una frazione dell’attività ordinaria, e sia i medici che gli ortottisti, in sala operatoria, si incaricano di tutte quelle mansioni che prima venivano svolte dall’equipe infermieristica oramai totalmente dedicata ad altri compiti nei reparti Covid+. Ma solo il fatto che riusciamo a portare avanti questa attività testimonia che la risposta della Direzione dell’Ospedale ad un’epidemia senza precedenti e senza preavviso è stata davvero buona. Sono riusciti a far sì che i diversi reparti continuassero a funzionare autonomamente invece che essere travolti dai pazienti di Covid-19. Sono riusciti, perciò, a mantenere il controllo in una situazione molto brutta”.

“Io ero qui fin dall’annuncio del paziente 1 e, attraverso la serie dolorosa di bollettini terribili e notizie di colleghi e familiari di colleghi ammalati, so che non è stato un risultato da poco. Non era scontato perché i primi giorni sono stati davvero traumatici: l’epidemia ci ha colpiti con una forza ed una violenza che nessuno poteva aspettarsi. Date queste premesse sono contento di come abbiamo risposto e – conclude De Micheli – è bello sapere anche di far parte di una Sanità che ha saputo resistere e reagire. E che continua a farlo giorno dopo giorno nonostante le innumerevoli difficoltà”.

Parkinson: non trascurate i problemi alla vista

Secondo i risultati di uno studio pubblicato su “Neurology”, i pazienti affetti dalla malattia di Parkinson hanno maggiori probabilità di sviluppare disturbi oculari, quali la visione sfocata, la secchezza oculare, problemi di percezione della profondità o di adattamento ai rapidi cambiamenti di luce.

Nei pazienti con malattia di Parkinson il rischio di compromissione della vista è potenzialmente comune. La malattia è collegata, infatti, alla riduzione di dopamina retinica e di innervazione dopaminergica della corteccia visiva, con conseguente riduzione delle capacità visive. Un controllo oculomotorio ridotto, la sensibilità al contrasto, un’alterazione della visione dei colori e un deficit delle funzioni visuo-spaziali sono alcune delle possibili problematiche. In generale, i sintomi oftalmologici sono sottostimati e spesso trascurati da questo tipo di pazienti. 

Nello studio olandese[1], realizzato dal Centro medico dell’Università Radboud di Nijmegen, i ricercatori hanno individuato la prevalenza di una vasta gamma di sintomi oftalmologici su un campione di 848 pazienti con malattia di Parkinson. Il campione è stato messo a confronto con un gruppo di controllo di 250 persone sane con un’età media di 70 anni. Lo studio di coorte è stato condotto attraverso un questionario noto come “Visual Impairment in Parkinson’s Disease Questionnaire”, che si è concentrato su quattro aree: superficie oculare, intraoculare, oculomotoria e nervo ottico.

I ricercatori hanno così scoperto che l’82% dei pazienti riportava 1 o più sintomi oftalmologici rispetto al 48% del gruppo di controllo. Inoltre, gli stessi presentavano maggiori problemi alla vista in tutte le aree osservate. Il disturbo della superficie oculare più comunemente riscontrato è la secchezza, causata dalle alterazioni della rete visiva dalla retina alle regioni cerebrali corticali superiori e all’origine della riduzione della vista e della difficoltà di lettura. Altri sintomi afferiscono al nervo ottico e intraoculare e sono provocati dalla formazione della cataratta nei pazienti con DMLE: il 26% di questi ha riportato problemi durante la lettura di un testo su sfondo grigio o colorato, mentre l’11% non ha rilevato l’intensità dei colori. Ciò suggerisce l’associazione della malattia di Parkinson con una compromessa sensibilità al contrasto e una riduzione della visione dei colori.

Tra gli ulteriori sintomi segnalati si riscontra la diplopia. La ragione di queste insufficienze deriva da deficit nelle vie oculomotorie nel tronco cerebrale, nei gangli della base e nei lobi frontali. Alcune di queste problematiche sorgono dalla deplezione della dopamina o dall’interessamento corticale all’interno del processo neurodegenerativo del Parkinson e da cui prendono avvio i movimenti oculari.

Infine, il 68% dei pazienti con sintomi oftalmologici ha poi dichiarato che questi sintomi interferivano con le attività quotidiane rispetto al 35% del gruppo di controllo. L’autore dello studio, Carlijn Borm, ha commentato: “I problemi alla vista rendono più difficile, per le persone con il Parkinson, la possibilità di muoversi nella vita quotidiana. Abbiamo scoperto, ad esempio, che la metà di questi pazienti ha avuto difficoltà nella lettura e il 33% ha avuto problemi agli occhi che hanno interferito con la guida dell’auto”[2].

Poiché molti di questi problemi alla vista e agli occhi sono potenzialmente curabili, Borm ha sollevato l’importanza dello screening: “Le persone con Parkinson che dichiarano di avere problemi agli occhi devono essere indirizzate a uno specialista per ulteriori valutazioni. Per coloro che non segnalano questi problemi, l’uso di un questionario volto a verificare eventuali sintomi, che altrimenti potrebbero non essere individuati, può consentire il riconoscimento, il trattamento tempestivo e il miglioramento della qualità della vita”[3].


[1] Carlijn D.J.M. Borm et al., Seeing ophthalmologic problems in Parkinson disease Results of a visual impairment questionnaire, in “Neurology”, n. 94, 11 Marzo 2020.

[2] https://www.ajmc.com/newsroom/patients-with-parkinson-disease-at-increased-risk-of-vision-eye-issues-study-shows

[3] Ibidem

OMS: non lasciate soli i disabili visivi

Le persone cieche o con gravi deficit visivi sono particolarmente esposte alla trasmissione del COVID-19. Ecco perché.

Lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità: il rischio è maggiore per chi ha un deficit visivo grave o ha perso la vista. Le ragioni sono molte, ma le principali si possono riassumere come segue.

Le persone ipovedenti o cieche infatti:

  1. hanno difficoltà a mantenere le distanze fisiche tra individui perché faticano a capire dove sono nello spazio;
  2. hanno spesso bisogno di toccare gli oggetti per orizzontarsi o capire cosa sono;
  3. devono toccare le linee in Braille non sapendo chi le abbia toccate prima;
  4. per leggere e riconoscere gli oggetti non possono usare i guanti.
  5. hanno particolare bisogno di creme per le mani perché l’utilizzo continuo di gel disinfettanti rischia di screpolare i polpastrelli, andando a danneggiare la superficie attraverso la quale possono ‘leggere’ il mondo.
  6. Inoltre, la maggior parte dei materiali informativi è visiva e non dispone delle funzioni che permettono ai lettori di schermo di tradurle per i non vedenti.

“È importante trasmettere una comunicazione efficace agli assistenti e ai parenti delle persone che vivono con la cecità o la grave perdita della funzione visiva per consentire pratiche di vita sicure ed efficienti – scrive OMS nel suo blog -. Ciò include informazioni sulle farmacie vicine, garantendo l’accesso ai prodotti per la sterilizzazione delle superficie e delle mani, nonché ai prodotti idratanti. Parlando con le persone cieche e ipovedenti, chi indossa una mascherina dovrebbe aumentare il tono della voce per essere capito chiaramente. Le società nazionali per non vedenti o ipovedenti e le organizzazioni che lavorano per la loro inclusione dovrebbero contattare l’organizzazione governativa che si occupa della sicurezza e delle emergenze per portare l’attenzione anche su questi aspetti critici nelle misure di sicurezza”.

DMLE: una proteina per la cura e la diagnosi

Un team internazionale di ricerca, composto da ricercatori della Queen Mary University di Londra, dell’Università di Manchester, dell’Università di Cardiff e del Centro medico dell’Università Radboud di Nijmegen, ha individuato nella proteina FHR-4 un fattore importante per la comprensione e la diagnosi precoce della degenerazione maculare legata all’età (DMLE). Scopri di più nella sezione NEWS.

Scoperta una proteina associata alla degenerazione maculare legata all’età

Un team internazionale di ricerca ha individuato nella proteina FHR-4 un fattore importante per la comprensione e la diagnosi precoce della patologia.

Una proteina legata alla degenerazione maculare legata all’età (DMLE) offre nuovi scenari per la diagnosi precoce e il trattamento di una malattia capace di far perdere la vista, anche se solo un terzo della popolazione sopra i 50 anni l’ha mai sentita nominare[1].

La scoperta si deve ad un team di ricerca composto da ricercatori della Queen Mary University di Londra, dell’Università di Manchester, dell’Università di Cardiff e del Centro medico dell’Università Radboud di Nijmegen, che ha trovato livelli significativamente più alti della proteina FHR-4 nel sangue di pazienti con DMLE [2].

In 484 pazienti e 522 campioni di controllo di pari età sono stati misurati i livelli nel sangue di FHR-4 utilizzando due raccolte indipendenti di dati di pazienti con DMLE: lo studio di Cambridge e i dati dello European Genetic Database (EUGENDA). In questo studio, i ricercatori hanno usato la tecnica genetica meglio conosciuta come “studio di associazione genome-wide”, per identificare cambiamenti specifici nel genoma in relazione all’aumento dei livelli di FHR-4 riscontrati nei pazienti con AMD.

I ricercatori hanno quindi scoperto che livelli più alti di FHR-4 nel sangue sono associati a cambiamenti nei geni che codificano per le proteine ​​appartenenti alla famiglia del fattore H e che si raggruppano in una specifica regione del genoma. I cambiamenti genetici identificati si sovrappongono con varianti genetiche correlate allo sviluppo di DMLE. Ulteriori indagini hanno evidenziato la presenza di questa proteina all’interno della macula, la regione dell’occhio specificamente colpita dalla malattia.

Modificazioni genetiche ereditarie possono, quindi, portare a livelli più alti di FHR-4 nel sangue, il che si traduce in un’attivazione incontrollata del sistema del complemento all’interno dell’occhio – elemento del sistema immunitario essenziale per i meccanismi di difesa contro gli agenti infettivi – favorendo lo sviluppo della malattia.

I risultati genetici forniscono la prova che l’FHR-4 è un regolatore critico di quella parte del sistema immunitario che pregiudica gli occhi. Oltre a migliorare la comprensione di come la DMLE si sviluppi, questi risultati aprono nuove vie per la diagnosi precoce – mediante il dosaggio di FHR-4 nel sangue per calcolare il rischio di sviluppo della malattia – e il trattamento della malattia, con l’individuazione di una terapia specifica.


[1] https://www.iapb.it/amd-sconosciuta-e-in-aumento/

[2] Cipriani V. et al., Increased circulating levels of Factor H-Related Protein 4 are strongly associated with age-related macular degeneration, in “Nature Communications”, n. 11 (778), February, 2020.

12 consigli per l’uso corretto delle lenti a contatto

Fare attenzione a usare bene le lenti a contatto. Ci sono regole fondamentali per non contrarre infezioni oculari.

Dodecalogo per l’uso corretto delle lenti a contatto

  1. Lavarsi bene le mani e asciugarle perfettamente prima di applicare o levare le lenti a contatto.
  2. Conservare le lenti nei liquidi appositi (non salini) se non si impiegano le lenti giornaliere.
  3. Non utilizzare mai l’acqua corrente per sciacquare o conservare le lenti né, meno che mai, la saliva.
  4. Non dormire con le lenti a contatto. [Anche se esiste un tipo speciale che è più tollerato durante il sonno, è sempre meglio toglierle prima di addormentarsi per non far andare in sofferenza la cornea].
  5. Levare le lenti al primo sintomo di fastidio (sensazione di corpo estraneo e/o arrossamento), ricordandosi di portare con sé un paio di occhiali di scorta, specialmente se si guida. In caso di sensazione di occhio secco, invece, si può ricorrere alle lacrime artificiali. La secchezza oculare potrebbe essere anche una controindicazione all’uso delle lenti a contatto.
  6. Cambiare ogni 3-6 mesi il contenitore delle lenti e sostituirlo senza indugio qualora mostrasse fessure o crepe. Per lavare il contenitore utilizzare solo liquidi appositi e nuovi. Dopo il lavaggio lasciare asciugare il contenitore delle lenti (aperto e vuoto) all’aria.
  7. Non scambiare mai le lenti cosmetiche con altre persone né, tanto meno, quelle graduate, al fine di evitare un eventuale contagio d’infezioni.
  8. Fumo, abuso di alcol e droga alterano la percezione dei fastidi dovuti alle lenti a contatto: non farne uso, uno stile di vita sano è fondamentale.
  9. Non fare il bagno (neanche al mare o in piscina) né la doccia mentre porti le lenti a contatto. Se, invece, se n’è fatto uso (anche con occhialini o maschera), vanno levate e buttate dopo aver terminato il bagno.
  10. Utilizzare in abbondanza lacrime artificiali senza conservanti, specialmente quando si è al sole, evitando di far seccare l’occhio perché, altrimenti, la cornea si può danneggiare.
  11. Non ignorare mai che eventuali irritazioni o infezioni oculari possono essere associate a un impiego (scorretto) delle lenti a contatto. Prima di scegliere di metterle è consigliabile una visita oculistica. Comunque fatevi seguire da uno specialista anche durante il loro impiego e, soprattutto, consultatelo periodicamente.
  12. Non portare le lenti a contatto per un tempo eccessivo, in genere non oltre le 6-8 ore.

Link utile: scheda informativa dell’FDA sull’impiego delle lenti a contatto (in inglese)

Fonti principali: Società Italiana Trapianti di Cornea, FDA.

Lenti a contatto: meglio farne a meno per un po’

L’American Academy of Ophthalmology ribadisce: il coronavirus trasmesso attraverso gli occhi; gli occhiali aggiungono una barriera protettiva. Il consiglio degli oculisti statunitensi è ridurre le occasioni di rischio. Lo stesso consiglio arriva anche dalla Società Oftalmologica Italiana.

Molti virus, e tra questi il COVID-19, possono penetrare nell’organismo attraverso la congiuntiva dell’occhio: per questo, oltre a lavarsi spesso e bene le mani è assolutamente sconsigliato toccarsi gli occhi e il viso con le dita.

L’American Academy of Ophthalmology ha recentemente[1] aggiunto due precauzioni in più. La prima è l’invito alle persone che portano abitualmente le lenti a contatto a rinunciarvi per la durata dell’emergenza. La seconda, strettamente collegata, è l’invito ad utilizzare gli occhiali. Le lenti a contatto, infatti, hanno di per sé un rischio di infezione e richiedono alla persona di toccarsi gli occhi ripetutamente nel corso della giornata. Gli occhiali, invece, fanno da scudo all’aerosol respiratorio che potrebbe contenere il virus, anche se la protezione non sarà mai totale e si dovranno in ogni caso seguire le normali precauzioni di distanza ed igiene.

Anche la Società Oftalmologica Italiana conferma che l’uso delle lenti a contatto è sconsigliato e quello delle lenti multiuso in particolare. La SOI aveva già all’inizio dell’epidemia messo in guardia sulla possibilità di trasmissione del Covid-19 attraverso la congiuntiva oculare e prescritto le misure di sicurezza  per gli oculisti che visitassero persone con la febbre e/o congiuntivite. Le stesse informazioni sono state ribadite dalla AAO.

Per chi volesse comunque utilizzare le lenti a contatto anche durante questa emergenza, è consigliabile impiegare quelle ‘usa e getta’ e seguire rigorosamente le regole di sicurezza qui riportate.


[1] Coronavirus Eye Safety Written By: Reena Mukamal Reviewed By: Sonal S Tuli MD Edited By: Anni Delfaro Mar. 10, 2020 https://www.aao.org/eye-health/diseases/prevent-infection-with-proper-contact-lens-care