eSports e affaticamento degli occhi: un nesso sempre più stretto

Più della metà (56%) dei videogiocatori d’élite soffre di affaticamento visivo secondo un nuovo studio che esamina l’impatto degli sport elettronici sulla salute.

Non esistono giocatori professionisti solo di sport “tradizionali”, ma anche di videogiochi. L’eSport è una forma di gioco elettronico, noto anche come videogioco competitivo, che sta crescendo rapidamente in tutto il mondo, con vere squadre e professionisti dedicati. Ogni anno, infatti, gli sport elettronici conquistano popolarità, come nel caso dell’atletica, quando nel 2017 il Comitato Olimpico Internazionale li ha riconosciuti come attività sportiva[1]; o, ancora, nel 2018, quando hanno fatto il loro debutto ai Giochi Asiatici[2]. Le competizioni professionali sono in grado di attrarre oltre 250 milioni di spettatori in tutto il mondo e, ad oggi, solo negli Stati Uniti si annoverano più di 80 squadre di College attive. Anche se il riferimento è virtuale, i rischi per la salute sono reali.

Seppur simili agli sport tradizionali, per le divise e la presenza di un allenatore, a distinguere gli eSports sono la destrezza manuale richiesta e i rapidi tempi di reazione, necessari per ottenere la vittoria. I videogiocatori professionali possono eseguire fino a 500 movimenti al minuto e la pratica può durare dalle 3 alle 5 ore di gioco al giorno, oltre all’esercizio in casa. I giocatori sono seduti per tutta la durata dell’attività e, per questa ragione, i tipi di infortunio sono più simili a quelli di cui soffre un impiegato che un calciatore.

In particolare, i maggiori problemi di salute sembrano influenzare le condizioni oftalmologiche, muscoloscheletriche, metaboliche e la salute mentale. Secondo uno studio del New York Institute of Technology College of Osteopathic Medicine[3], a causa della natura sedentaria degli eSports, i videogiocatori professionisti hanno la tendenza a sviluppare lesioni muscoloscheletriche, tra cui disfunzioni della colonna cervicale e lombare o degli arti superiori; o, ancora, la disregolazione metabolica, i disturbi del ritmo circadiano, o i disturbi di salute mentale, quali l’Internet Gaming Disorder[4], la depressione, l’ansia e l’alessitimia. Tali disturbi sono presenti a differenti livelli, a seconda del genere e del tipo di gioco svolto. Uno dei disturbi più comuni è poi la Computer Vision Syndrome[5], derivante dalla visualizzazione prolungata degli schermi digitali. La sindrome è caratterizzata da diversi sintomi, tra cui la visione offuscata, la lombalgia e il mal di testa. I problemi alla vista aumentano secondo la quantità di tempo spesa davanti allo schermo: oltre il 50% di videogiocatori d’élite intervistati trascorre più di 2 ore al giorno fissando lo schermo del computer, prima di concedersi una pausa in piedi. Oltre il 25% degli atleti universitari, inoltre, riferisce di praticare gli eSports per più di 5 ore al giorno.

Secondo un’altra ricerca del New York Institute of Technology College of Osteopathic Medicine[6], il disturbo più frequente riportato tra i videogiocatori[7] d’elité è l’affaticamento degli occhi (56%), seguito da dolore al collo e alla schiena (42%). Gli atleti riportano anche dolori al polso (36%) e alla mano (32%). La mancanza di contrasto e di definizione delle immagini generate al computer aumenta la fatica dell’occhio. Di conseguenza, i movimenti saccadici e la convergenza aumentano, mentre diminuisce il battito di ciglia affaticando il sistema oculomotore.

Attualmente, non esiste un modello di gestione della salute per i videogiocatori d’élite e sono ancora poche le ricerche sulle abitudini e gli stili di vita di questi giocatori. Esplorare e affrontare in modo proattivo i risultati di queste prime indagini può comunque essere utile per prevenire i disturbi legati a questa pratica sportiva, per promuovere la salute e migliorare le prestazioni degli atleti. Alcuni interventi, ad esempio, potrebbero minimizzare i sintomi associati alla sindrome da visione artificiale: la postazione di gioco di un atleta dovrebbe essere organizzata in modo tale che il centro del monitor sia da 5 a 6 pollici al di sotto dell’angolo di visione retta e ad una distanza di 20-28 pollici. Le luci nella stanza, poi, dovrebbero essere modificate per limitare l’abbagliamento. Gli atleti potrebbero anche essere informati per cercare la correzione di eventuali errori di rifrazione, di accomodazione oculare, di convergenza e astigmatismo. Quelli più estremi potrebbero svolgere esercizi che riducono l’affaticamento degli occhi, che includono la messa a fuoco e la “regola del 20-20-20”: fare una pausa di 20 secondi, ogni 20 minuti, guardando a 20 piedi di distanza[8].


[1] “I videogiochi sono sport”. A dirlo è il Comitato Olimpico Internazionale. Svolta epocale per il mondo videoludico- 2017 – HUFFPOST (Link)

[2] EsportMag 2018 (Link); Gazzetta 2018 (Link)

[3] H. Zwibel, J. DiFrancisco-Donoghue, A. DeFeo, S. Yao, An Osteopathic Physician’s Approach to the Esports Athlete, in “The Journal of the American Osteopathic Association”, Vol. 119, November 2019.

[4] Per una definizione: https://www.psychiatry.org/patients-families/internet-gaming

[5] Per saperne di più: https://www.aoa.org/patients-and-public/caring-for-your-vision/protecting-your-vision/computer-vision-syndrome

[6] J. DiFrancisco-Donoghue, J. Balentine, G. Schmidt, H. Zwibel, Managing the health of the eSport athlete: an integrated health management model, in BMJ Open Sport & Exercise Medicine, January 2019.

[7] Sono stati inviati sondaggi elettronici anonimi a 65 giocatori collegiali di eSport di nove università negli Stati Uniti e in Canada, che si sono allenati tra 3 e 10 ore al giorno.

[8] https://www.aoa.org/documents/infographics/SaveYourVisionMonth2016-1.pdf

Bambini e tecnologia: una ricerca evidenzia gli effetti sul linguaggio

Uno studio americano pubblicato su JAMA Pediatrics, che ha coinvolto 47 bambini di età compresa tra 3 e 5 anni, mette in correlazione l’uso di dispositivi tecnologici con una minore integrità delle parti del cervello votate allo sviluppo delle abilità linguistiche.

Può l’uso di dispositivi multimediali essere associato a differenze nello sviluppo dell’integrità strutturale delle parti dell’encefalo che supportano le abilità linguistiche nei bambini? Partendo da questo interrogativo-guida, i ricercatori del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, in Ohio, hanno realizzato uno studio trasversale su 47 bambini sani[1], di età compresa tra 3 e 5 anni, dimostrando come l’uso massivo di dispositivi elettronici con display sia associato a misure inferiori di organizzazione microstrutturale e mielinizzazione dei tratti della sostanza bianca del cervello: si fa riferimento, in particolare, a quelle strutture che supportano l’avviamento della facoltà cognitive riservate alla comprensione del linguaggio e connesse alle abilità di alfabetizzazione emergenti. Lo studio è stato condotto tra agosto 2017 e novembre 2018.

Nella ricerca statunitense, i partecipanti sono stati reclutati presso l’Ospedale pediatrico dell’Ohio e alcune cliniche di assistenza primaria della comunità. I bambini sono stati sottoposti ad una valutazione cognitiva e ad una particolare tecnica di risonanza magnetica (Diffusion Tensor Imaging) in grado di fornire stime sull’integrità della sostanza bianca nel cervello. Nello specifico, sono stati impegnati in tre tipi di assessment: elaborazione fonologica, vocabolario espressivo e competenze di alfabetizzazione emergenti. Parallelamente, i genitori hanno completato un particolare test – lo ScreenQ[2] – riguardante l’uso di tecnologie digitali da parte dei bambini.

I punteggi dello ScreenQ hanno evidenziato che, in media, i bambini iniziano ad utilizzare per la prima volta un device intorno ai 18 mesi, trascorrendovi almeno un’ora e mezza al giorno. Ventotto bambini (60%) dispongono di un proprio dispositivo portatile e 19 (41%) di un televisore o di un dispositivo portatile nella propria stanza da letto. Inoltre, i risultati della ricerca hanno evidenziato una correlazione negativa tra i punteggi ottenuti nello ScreenQ e la valutazione cognitiva dei bambini. I ricercatori hanno così scoperto che una maggiore quantità di tempo passata davanti allo schermo è associata a minori capacità di alfabetizzazione, di appropriatezza nell’uso del linguaggio espressivo e ad una compromessa capacità di denominare rapidamente gli oggetti. Il tempo speso sullo schermo è poi collegato alla minore integrità della sostanza bianca del cervello nei tratti connessi allo sviluppo delle abilità di alfabetizzazione. La maturazione ultima del sistema nervoso centrale, finalizzata ad una più veloce ed efficiente veicolazione dell’informazione, sembra così essere compromessa: il linguaggio, l’alfabetizzazione emergente e le abilità cognitive correlate.

Complessivamente, siamo di fronte ad uno dei primi studi di settore, i cui risultati suggeriscono indubbiamente la necessità di produrre ulteriori ricerche sull’associazione tra l’uso di tecnologie e l’integrità di alcune parti del cervello nei bambini in età prescolare. In generale, l’American Academy of Pediatrics raccomanda, per i bambini dai 2 ai 5 anni, di limitare a non più di un’ora al giorno il tempo speso sui dispositivi tecnologici. Ciò, infatti, consentirebbe loro di avere più tempo a disposizione per essere impegnati in altre attività fondamentali per la loro salute e il loro sviluppo[3].


[1] J. S. Hutton, J. Dudley, T. Horowitz-Kraus, T. DeWitt, S. K. Holland, Associations Between Screen-Based Media Use and Brain White Matter Integrity in Preschool-Aged Children, in “JAMA Paediatrics”, November 4, 2019.

[2] Lo ScreenQ è uno strumento di misurazione basato su 15 item che riflettono i principali ambiti delle raccomandazioni dell’American Academy of Pediatrics (AAP) sull’utilizzo dei dispositivi: l’accesso agli schermi, la frequenza d’uso, il contenuto visualizzato e la visualizzazione in anteprima. I punteggi più alti riflettono un maggiore utilizzo del dispositivo.

[3] American Academy of Pediatrics Policy Statement, Media and Young Minds, November, 2016.

Dodecalogo per proteggere la vista

  1. Sottoponetevi regolarmente a una visita oculistica completa che preveda anche l’esame del fondo oculare [indicativamente ogni uno-due anni]. Se siete affetti da diabete, malattie del sistema immunitario, ipertensione o altre patologie vascolari sarà necessario recarvi da un medico oculista più spesso, secondo una periodicità che stabilirà lo stesso specialista. La visita oculistica di controllo è ancora più importante se ci sono altri casi in famiglia di malattie dell’occhio come il glaucoma, il cheratocono, la maculopatia.
  2. Non trascurate le alterazioni della visione, come i lampi luminosi (fosfeni) o l’annebbiamento visivo: è sempre meglio fare un check-up oculistico presso uno specialista.
  3. Utilizzate esclusivamente occhiali da sole con filtri a norma di legge nelle giornate assolate, soprattutto quando vi recate al mare o in montagna (approfondisci). È bene, comunque, evitare o ridurre l’esposizione al sole intenso, che accelera i processi di invecchiamento delle cellule.
  4. Periodicamente provate a leggere e a guardare lontano chiudendo un occhio alla volta. Se notate, ad esempio, che un occhio vede peggio dell’altro, delle immagini distorte o delle linee ondulate (metamorfopsie), allora recatevi da un oculista per una visita, sottoponendovi anche a un controllo del fondo oculare[Leggi anche corretto impiego dei videoterminali; [consigli per la guida]
  5. Se avete gli occhi rossi non instillate colliri senza aver prima consultato il vostro oculista, a meno che non si tratti di lacrime artificiali. Se portate le lenti a contatto toglietele immediatamente.
  6. Quando siete alla guida o state di fronte allo schermo utilizzate sempre eventuali occhiali correttivi che potrebbe avervi prescritto un oculista [è tra l’altro importante ridurre i riflessi, facendo ad esempio uso di filtri polarizzati].
  7. Mangiate tutti i giorni frutta e verdura fresca (secondo l’OMS almeno 400 grammi al dì [“Healthy Diet” – sito WHO]) e riducete i grassi animali e le calorie assunte. Naturalmente l’apporto vitaminico è importante. Inoltre, bevete quotidianamente una quantità adeguata d’acqua [di solito 1,5-2 litri al giorno]]: oltre a far bene a tutto il corpo, anche l’occhio vuole la sua parte. Potrete così evitare o almeno ridurre le miodesopsie (corpi mobili vitreali o “mosche volanti”). Tra l’altro è opportuno consumare regolarmente pesce, frutta e verdura (approfondisci).
  8. Attenzione a cosa entra negli occhi: polveri, trucco e detersivi sono generalmente agenti che possono determinare infiammazione e arrossamento e, talvolta, abrasione e ustione della cornea (la superficie trasparente dell’occhio). Nel caso in cui avvenga il contatto con una di queste sostanze e si manifesti irritazione agli occhi, nell’immediato si consiglia di risciacquare abbondantemente con acqua e di recarsi da un oculista (se necessario al pronto soccorso oftalmico), che valuterà l’eventuale danno e prescriverà la terapia più indicata.
  9. Le lenti a contatto di norma non vanno portate più di 6-8 ore al giorno; ma la loro tollerabilità varia a seconda dell’occhio e del tipo di lente (vedi il dodecalogo). Pertanto, innanzitutto va fatta una visita oculistica per verificare che non ci siano controindicazioni assolute o relative all’impiego delle lenti a contatto. Ad eccezione delle lenti giornaliere vanno sempre utilizzati dei liquidi specifici per conservarle e disinfettarle. In presenza di arrossamento oculare, dolore e/o secrezione dovete sospenderne l’uso fino a nuova indicazione dell’oculista; altrimenti potreste incorrere in complicanze (ad esempio le cheratiti).
  10. Non fate mai ricorso ai cosiddetti “rimedi fai-da-te” (tipo gli impacchi caldi): potrebbero persino peggiorare i disturbi oculari.
  11. Smettete di fumare se avete questo vizio: il consumo di tabacco è il fattore di rischio principale per la degenerazione maculare legata all’età, una malattia retinica che provoca cecità centrale. Inoltre il fumo è chiamato in causa nell’insorgenza o nel peggioramento di moltissime malattie degli occhi e, tra l’altro, contribuisce allo sviluppo della cataratta e può irritare la superficie oculare.
  12. Se utilizzate il computer o altri dispositivi dotati di schermo fate delle pause periodiche per evitare l’affaticamento oculare (astenopia). Occorre infatti distogliere lo sguardo dallo schermo per cinque minuti ogni tre quarti d’ora o per un quarto d’ora ogni due ore (quest’ultima tempistica è stabilita dalla legge italiana per i videoterminalisti): per riposare gli occhi bisognerebbe guardare almeno a sei metri di distanza e, dunque, durante la pausa bisogna evitare di mettersi a leggere. Di fronte agli schermi si tende ad ammiccare meno: per questa ragione può essere necessario l’uso dei sostituti lacrimali (lacrime artificiali), soprattutto in ambienti troppo secchi (riscaldati ma non umidificati) e in quelli dove c’è l’aria condizionata (vedi la scheda informativa sull’occhio secco). Infine se il vostro dispositivo lo prevede è consigliabile attivare un filtro per la luce blu. In alternativa, è possibile utilizzare degli occhiali (con gradazione specifica prescritta dall’oculista, oppure se non è necessario con lenti neutre), trattati con appositi filtri per la luce blu.

Contatto involontario con sostanze causticanti

Nel caso in cui si faccia uso di sostanze potenzialmente nocive per gli occhi (soda caustica, ecc.) è sicuramente opportuno utilizzare occhialini protettivi perché basta uno schizzo per provocare danni alla superficie oculare.

Nel caso in cui una sostanza irritante o causticante sia entrata in contatto con gli occhi è senz’altro consigliabile recarsi rapidamente a un pronto soccorso oculistico o chiamare il 112 (118). Tuttavia come primo soccorso ci si può avvalere dei seguenti consigli:

  1. rimuovere le lenti a contatto (se presenti);
  2. irrigare abbondantemente l’occhio con acqua tiepida e pulita per 15 minuti, sbattendo le palpebre durante il lavaggio, evitando di strofinare energicamente l’occhio con le mani;
  3. non forzare l’apertura delle palpebre se non si riescono ad aprire;
  4. non dirigere il getto dell’acqua direttamente sull’occhio, ma sulla fronte sopra l’occhio o sopra la radice del naso (se sono colpiti entrambi gli occhi);
  5. non applicare nessun collirio o pomata se non dopo preciso consiglio/prescrizione medica;
  6. chiamare un medico oculista e/o un centro antiveleni per sapere se occorre fare altro.

Resta assodato il fatto che la prima forma di cautela è la prevenzione: i bambini piccoli vanno costantemente tenuti d’occhio e, in ogni caso, tutte le sostanze causticanti, irritanti (compresi i detersivi) e potenzialmente nocive vanno tenute in alto oppure sotto chiave.

Fonti: Policlinico A. Gemelli, Ministero della Salute

Le buone norme al volante

Le buone norme di comportamento al volante.

La vista non deve mai essere trascurata. Oltre a sottoporsi a una visita periodica presso un medico oculista, ecco dieci consigli utili per chi guida:

  1. Utilizzare occhiali da vista per la visione da lontano quando prescritti, meglio se dotati di lenti infrangibili (si consiglia di tenerne comunque un paio di scorta). In caso d’incidente le lenti infrangibili sono più sicure anche se si dovesse verificare l’apertura dell’airbag. Se si portano lenti a contatto è comunque meglio avere con sé anche un paio d’occhiali da vista perché, se le prime danno fastidio, occorre toglierle.
  2. Utilizzare occhiali da sole dotati di filtri a norma di legge, meglio se polarizzati perché riducono i riflessi (oppure applicare delle clip-on scure polarizzate sugli occhiali da vista).
  3. Rallentare prima dell’ingresso nelle gallerie per limitare il cosiddetto “effetto tunnel”: le pupille hanno bisogno di qualche frazione di secondo per adattarsi alle nuove condizioni di luce.
  4. Rispettare sempre i limiti di velocità. Premere troppo l’acceleratore significa anche ridurre la visione laterale e alterare la percezione della profondità.
  5. Limitare l’uso degli abbaglianti a casi di effettiva necessità: abusarne significa impedire agli altri automobilisti di vedere bene la strada di notte.
  6. Non utilizzare dispositivi elettronici mentre si guida se non ricorrendo a comandi vocali, al vivavoce o all’auricolare. Spostare continuamente lo sguardo tra uno schermo di un dispositivo elettronico posto vicino e la strada è pericoloso.
  7. Si stima che circa il 30% degli incidenti sia dovuto all’alcol, che tra l’altro provoca anche una riduzione delle capacità visive (soprattutto della visione periferica) e dei tempi di reazione. Lo stesso dicasi per le droghe, che causano gravi danni alla salute.
  8. In caso di nebbia rallentare o fermarsi quando la visibilità è scarsa.
  9. Non orientare le bocchette dell’aria condizionata verso il volto: potrebbero seccare l’occhio e ingenerare fastidi, soprattutto nel caso in cui si portino lenti a contatto (è comunque consigliabile avere con sé delle lacrime artificiali per idratare gli occhi al bisogno).
  10. Mantenere sempre ben puliti parabrezza, specchietti e vetri dei fanali.

Vista, udito e inclusione sociale: tre pilastri dell’invecchiamento in salute

Con l’invecchiamento della popolazione aumentano i centenari all’anagrafe ma aumentano, anche, i casi di multimorbidità e i decessi per malattie croniche. Una delle missioni dell’Istituto Superiore di Sanità è comprendere come invecchiare in salute e divulgare alla popolazione i corretti stili di vita. L’inclusione sociale è tra gli elementi che influenzano la longevità. Una condizione alla quale vista e udito contribuiscono in maniera determinante. Ma anche il Sistema Sanitario Nazionale è un fattore di rischio che entra nell’equazione.

“Non è raro, soprattutto in età avanzata, che la morte di un coniuge venga seguita, dopo pochi tempo, da quella del coniuge sopravvissuto. È come se qualcosa venisse meno e la persona lasciasse la presa sulla vita. È per questo che, quando esercitavo come Geriatra, la prima domanda che rivolgevo ai pazienti era: «Lei con chi vive?». La vita di relazione è un elemento importante nella salute della persona anziana e l’isolamento sociale è un problema sanitario grandemente sottostimato”.

Da pochi mesi Graziano Onder è Direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari, endocrino metaboliche e dell’invecchiamento presso l’Istituto Superiore di Sanità. Attraverso la ricerca sulle malattie croniche e la divulgazione, l’obiettivo del Dipartimento è quello di favorire l’invecchiamento in salute.

“Esiste una forte correlazione tra invecchiamento e malattie croniche: è l’età, infatti, il loro principale fattore di rischio. E, siccome la popolazione invecchia, così aumentano le malattie croniche che sono responsabili, ormai, dell’85 per cento dei decessi[1]. Queste patologie – prosegue Onder – interessano complessivamente 25 milioni di persone in Italia e vanno dalle bronchiti croniche alle cardiopatie, dall’osteoporosi e all’artrite. È nell’anziano, però, che sono endemiche e, in due anziani su tre, sono presenti almeno due patologie croniche in contemporanea”.

La correlazione tra invecchiamento demografico e incremento delle cronicità pone al centro la questione della prevenzione.

“La genetica è il primo fattore connesso alla longevità e pesa, circa, per un 25 per cento sull’aspettativa di vita. Altri elementi, già noti, sono gli stili di vita: l’alimentazione sana, il movimento, il non fumare e il non bere alcolici. Meno conosciuta – perché meno spesso elencata tra i fattori di rischio – è la qualità del sistema sanitario nazionale. Una sanità che investe negli screening, nei controlli periodici e nelle campagne di vaccinazione è una sanità che aiuta le persone a vivere più sane e più a lungo.   Ecco perché, tra i diversi Paesi industrializzati, gli Stati Uniti hanno l’aspettativa di vita più bassa: manca un sistema sanitario gratuito per tutti. La vaccinazione influenzale per gli anziani, in questo periodo è, per esempio, particolarmente importante perché sono migliaia, ogni anno, i morti per le complicazioni da influenza tra le fasce di età più alte[2]”.

“Infine – spiega Onder – c’è un altro fattore che è collegato alla longevità: il livello di inclusione sociale. Persone anziane inserite in una rete di relazioni forti e stabili hanno maggiori probabilità di vivere a lungo. Delle famose Zone Blu in Sardegna, Giappone, Stati Uniti, Grecia e Costa Rica nelle quali la percentuale di centenari è particolarmente alta, tutte manifestano un forte intreccio relazionale del quale gli anziani beneficiano. L’Italia, in questo, è ancora un’oasi felice grazia non solo alla coesione delle famiglie ma alla ‘rete informale’ di persone – vicini di casa, volontari, etc – che può venire incontro ai bisogni, materiali e non, di chi non è più giovane”.

È in questo ottica che i deficit sensoriali si rivelano particolarmente rilevanti. Vista e udito sono strumenti importanti per garantire quella stessa inclusione sociale che influisce su salute e aspettativa di vita. Parlando al simposio organizzato dal Polo nazionale per la riabilitazione visiva durante il 99° Congresso SOI, Graziano Onder ha sottolineato “la correlazione tra deficit sensoriali e deterioramento cognitivo, per esempio nel caso della perdita delle vista connessa al peggioramento della memoria”. Ma anche in concomitanza con gravi patologie come l’Alzheimer i deficit sensoriali “peggiorano sensibilmente le probabilità di un comportamento aggressivo, di fuga e di difficile ambientazione e relazione tra pazienti e care giver. Tutto ciò non avviene per caso, ma conferma che, in qualsiasi situazione, l’inclusione e la capacità di relazionarsi con le persone rappresenta un elemento importante nella prospettiva di salute della persona anziana”.

“Di individui con più di 110 anni – conclude Onder –  se ne contano veramente pochi, segno che, oltre quell’età, l’umanità incontra verosimilmente il suo limite fisiologico. I centenari, viceversa, continuano ad aumentare –soprattutto tra le donne che vivono, in media, 5 anni più degli uomini. In Italia si aggirano tra i 17 e i 18mila. Questo ci dice che l’avvicinarsi al secolo di vita comincia ad essere una prospettiva realistica. Ed è proprio in quest’ottica che tutti – e a qualsiasi età – dovrebbero sforzarsi di sottoporsi regolarmente a controlli medici tenendo conto di tutti i fattori di rischio a noi noti che influiscono sulla longevità. Anche quelli meno pubblicizzati come inclusione sociale, vista e udito”.


[1] Rielaborazione dati Istat da parte di “Osserva Salute”

[2] Influenza, ogni anno in Italia più di 7mila morti per complicanze –  Corriere.it – 2015 (LINK)

Napoli, Nola e Salerno

Dal 23 novembre al 1 dicembre la campagna IAPB Italia per la prevenzione visiva giunge in Campania. Un tour che durerà fino al 2021 con visite gratuite nelle piazze delle città italiane con un Tir ad alta tecnologia.

La campagna di prevenzione per le malattie della retina e del nervo ottico arriverà in Campania dal 23 novembre fino al primo dicembre 2019

Nel tir super-tecnologico di IAPB Italia i cittadini con più di 40 anni potranno farsi visitare gratuitamente. La grande struttura ambulatoriale su ruote è dotata di 4 postazioni diagnostiche con oltre 100 metri quadrati di spazio nei quali sarà possibile effettuare gratuitamente diagnosi precoci e controlli ad alta tecnologia per prevenire il rischio di cecità.

Ecco il calendario delle tappe campane

23, 24 novembre

Napoli

Piazza degli Artisti

10:00-18:00

25 novembre

Napoli

La seconda piazza sarà decisa a breve

10:00-18:00

26, 27 e 28 novembre 

Nola

Piazza Duomo

10:00-18:00

29, 30 novembre e 1° dicembre

Salerno

Piazza Casalbore 

10:00-18:00 

VISITA IL SITO PER SAPERNE DI PIÙ

PERCHÉ FARSI VISITARE
Glaucoma, retinopatia diabetica e maculopatie rappresentano un insieme di patologie che, complessivamente, riguardano oltre 3 milioni di italiani. Si tratta di malattie che possono provocare cecità e che sono destinate ad aumentare in incidenza man mano che la popolazione invecchia. Le malattie della retina e del nervo ottico, inoltre, sono spesso asintomatiche negli stadi iniziali, mentre diventano molto difficili da curare una volta manifestatesi pienamente. Si tratta, infatti, di malattie che danneggiano i tessuti nervosi. Per questo i danni, una volta fatti, non possono essere riparati. Ecco perché diventeranno sempre più importanti le diagnosi precoci. Ecco cosa ha spinto l’Agenzia Internazionale per la prevenzione della Cecità-IAPB Italia Onlus a lanciare una grande iniziativa di prevenzione.

Prevenire la degenerazione maculare

Giovedì 21 novembre il simposio IAPB Italia presso il 99° congresso della Società Oftalmologica Italiana.

Si terrà dalla 09:30 alle 11:00 in Sala ELLISSE il SIMPOSIO DI IAPB Italia[1]:

PREVENZIONE DELLA DEGENERAZIONE MACULARE LEGATA ALL’ETÀ RETINA MEDICA

L’occasione sarà il 99° Congresso della Società Oftalmologia Italiana che, nel 2019, celebra anche il 150° anno dalla fondazione. L’evento si terrà a Centro Congressi Rome Cavalieri in via Cadlolo 101, 00136 Roma.

Ecco il programma

09:30

La Degenerazione maculare legata all’età: problema sociale – F. Cruciani

09:40

Esiste la predisposizione genetica? – F. D’Esposito

09:55

Fattori di rischio accertati – M. Parravano

10:10

Quale e’ l’importanza della diagnosi precoce? – F. Bandello

10:25

La telediagnostica con la foto del fondo può avere una sua importanza? – C. Azzolini

10:35

Quali provvedimenti si possono attuare nei soggetti a rischio? – M. Varano

10:50

Discussione con i partecipanti su gli argomenti trattati

11:00

Fine della sessione

VUOI SAPERNE DI PIÙ sulla degenerazione maculare legata all’età? Segui questo LINK

Anche il Polo Nazionale Ipovisione parteciperà al Congresso SOI, con un appuntamento dedicato alla Riabilitazione visiva nella nell’anziano: SCOPRI QUANDO


[1] Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità – Sezione italia – 

Così io vedo l’ipovisione

Le paure, le speranze e la rinascita di un’ipovedente seguita dal Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva.

(di Paola Tasselli).

Da bambina avrei voluto diventare oculista, poi psicologa: il mio bisogno d’indagine comincia da lì. Avevo 3 anni quando i miei genitori si accorsero che non vedevo come gli altri e venni “corretta” con terribili occhiali da miope e abilitata a normo vedente, consentendomi di vivere le fasi dell’età evolutiva da “clandestina”, nella totale inconsapevolezza di avere un problema grave che mi rallentava nel gioco, nelle relazioni, nell’apprendimento. Quando a 11 anni, a seguito di episodi di “bullismo” subiti, applicai le mie prime lenti a contatto fu una rivelazione: mi resi conto che fino a quel momento avevo visto solo nebbia e scoprii allo specchio il mio volto, fino allora inaccessibile se non coperto da eccentrici occhialini da miope. Da qui in poi il “brutto anatroccolo” che sentivo di essere cominciò ad acquistare fiducia.

A 19 anni un oculista definì la mia miopia “degenerativa”, suggerendomi di presentare domanda d’invalidità e, se mai avessi avuto gravidanze, di effettuare il parto cesareo. Invece, dieci anni dopo, i miei due figli sono nati con parto naturale e li ho anche allattati (pur se sotto stretto controllo oculistico), donandomi l’esperienza completa della maternità in tutte le sue sfaccettature.

Ho vissuto diverse esperienze lavorative fino ad approdare all’attuale impiego presso un’Agenzia di Stato. Nel corso delle varie fasi della mia vita forse la prova più grande è stata l’adeguamento ai continui e a volte repentini cambiamenti nel mio modo di vedere e la difficoltà di farlo comprendere agli altri che, sgomenti, faticavano a definire quale fosse il mio limite (ma come potevano se io stessa ne ignoravo i confini?).

Ho vissuto autentiche e ardue prove di adattamento, talvolta dopo i numerosi e dolorosi interventi chirurgici (visione annebbiata, poi più nitida e vivida, visione con un campo visivo ristretto, abbagliato, visione mono oculare e poi altro ancora…). Forse proprio per questo quella diagnosi recitava “miopia degenerativa”, portatrice di altre patologie premature come cataratta, maculopatia, glaucoma, nistagmo

In alcuni casi l’ipovisione è così mutevole da rendere l’intera prospettiva della propria esistenza indefinibile.

Il mio bisogno d’indagine non mi ha abbandonato neanche nei momenti più bui e mi ha aiutato a “risalire”; questo bisogno mi ha spinto a riprendere a studiare a 40 anni con un po’ di timore – con l’impegno di moglie e di madre e un lavoro a tempo pieno, supportata dagli audiolibri e dalla mia determinazione, – a frequentare le lezioni e sostenere gli esami della Formazione che, nel corso del suo svolgimento, ha cambiato la lettura del mio vissuto e del mio futuro, ispirando la stesura della mia tesi (dal titolo “Il Counseling applicato alle Disabilità Visive”), guidandomi con gli approfondimenti e l’adozione degli insegnamenti della Psicosintesi e della Mindfulness a proporre sostegno, in spirito di servizio, a chi avesse piacere a riceverlo presso una nota associazione per ciechi e ipovedenti. Attraverso la ricerca del mio equilibrio ho compreso che l’aiuto a chi ci sta accanto si può imparare a chiederlo e riceverlo come opportunità di relazione: ho apprezzato che essere ipovedente ha contribuito a rendermi spiccatamente sensibile e capace d’introspezione. Ciò che sfugge all’occhio fisico non sfugge all’osservatore interno che ognuno di noi potenzialmente possiede. Mi piace pensare che l’ipovisione mi rende esposta a dissonanze relazionali ma, al tempo stesso, più libera dai pregiudizi, consentendomi di “sentire” l’altro (posso solo intravedere la sua espressione e talvolta la sua figura, dunque mi baso sulle sensazioni che la sua presenza mi suscita).

Tengo a mente che anche l’accettazione di una diagnosi e di ciò che ne consegue scaturisce da un processo che passa attraverso la conoscenza, la consapevolezza degli aspetti della nostra persona, tra cui l’ipovisione, che se percepita come “caratteristica” e non come “difetto/perdita” non ostacolerà il nostro sviluppo personale.

Oggi avverto nitidamente la distanza che intercorre tra il tempo del misterioso sentimento di smarrimento che mi ha accompagnato a scuola, al lavoro, nella vita quotidiana e la “presa in carico” del mio, consapevole status di ipovedente, riconoscente al tormento, alla paura e alla rabbia provata ogni volta che ho annaspato nel tentativo di essere autonoma e che mi ha permesso di essere come sono oggi, orgogliosa dei miei piccoli o grandi successi perché so, e ne riconosco il valore, quanto impegno e raffinata organizzazione comporti il loro raggiungimento.

Fondamentale è la volontà di voler essere aiutati perché non si può aiutare nessuno che non abbia fatto questa scelta, consapevole o inconsapevole, e quando si è pronti diventa prezioso il beneficio che si può trarre[1] da centri specializzati come il Polo Nazionale di Servizi e Ricerca per la Prevenzione della Cecità e la Riabilitazione Visiva degli Ipovedenti e Associazioni di disabili visivi in cui l’informazione, la formazione, i centri di ascolto e i gruppi di auto e mutuo aiuto possono diventare un riferimento dove agire in un ambito protetto e competente.

(Ringrazio il Polo Nazionale di Ipovisione per avermi offerto l’opportunità di condivisione della mia variegata vita da ipovedente).

Questo articolo è stato pubblicato nel numero 3_2019 di OFTALMOLOGIA SOCIALE


[1] Senza incorrere nel rischio dell’identificazione con la malattia: la condizione d’ipovedente è solo un aspetto di noi!

La stanchezza dell’occhio nel mondo digitale

Lo stile di vita influenza la vista. Oggi si lavora, si impara e ci si diverte spesso guardando uno schermo illuminato da luce artificiale. L’occhio, però, è fatto per vedere oltre i tre metri e il continuo mettere a fuoco da vicino lo stanca molto. Forse troppo.

del Prof. Filippo Cruciani – IAPB Italia

La medicina nei suoi compiti e nelle sue finalità ha sempre avuto carattere sociale. Ma è nell’era moderna che si afferma la medicina sociale come branca dello scibile medico, con la finalità principale di perseguire la realizzazione e il mantenimento del benessere per l’uomo inserito nella società.L’oftalmologia, il cui fine principale è da sempre la difesa e la conservazione della vista – bene prezioso quasi quanto la vita stessa: “in oculis vita”, non si è mai sottratta dall’affrontare i fenomeni visivi anche da un punto di vista sociale, sapendo bene che sia la fisiologia che la patologia nell’occhio dipende, anche, dalla vita associativa e dall’ambiente nel quale l’uomo opera.

Oggi più che mai ciò è vero; e i motivi sono tanti. Innanzitutto il lavoro dell’uomo si è profondamente trasformato ed è passato “dalla schiena all’occhio”. La maggior parte dei lavori manuali sono ormai affidati alle macchine, mentre per l’apparato visivo gli impegni sono aumentati in maniera esponenziale. Non c’è più un minuto di riposo: si pensi solo all’illuminazione artificiale che ha ormai annullato la notte e non ha posto limiti agli impegni visivi.

Ma tutto ciò non riguarda solo il mondo del lavoro. Riguarda il mondo dell’apprendimento e della formazione: dalla scuola materna all’università si sta chini progressivamente – almeno si dovrebbe – sulle “sudate” carte. Riguarda il mondo del tempo libero ormai quasi prigioniero degli smartphone, tablet, pc e TV. Il 30% delle persone utilizza i dispositivi digitali per circa 6 ore al giorno, il 14% per circa 10 ore. In futuro saremo tutti sempre più ‘digitalized-addicted’.

E pensare che l’occhio umano è programmato – o se si vuole è stato creato o si è evoluto – per la visione da lontano, cioè per lo sguardo all’infinito (oltre i tre metri) che garantisce una messa a fuoco spontanea, mentre la visione da vicino richiede un processo attivo di accomodazione, con dispendio di energia e facile affaticamento. E poi dopo i quarant’anni insorge la presbiopia e non si può fare a meno degli occhiali quando si guarda da vicino.

La vita moderna inoltre richiede una piena quantità e qualità della vista. Una volta, quando non c’era la TV, quando non si guidava, quando non si dovevano leggere scritte di segnali lontani, gli occhiali erano una rarità. Oggi sono pochi quelli che si possono permettere di farne a meno, perché l’occhio umano da un punto di vista refrattivo non è un organo perfetto.

I difetti di vista sono molto frequenti a tutte le età. Non sono naturalmente fenomeni patologici, ma se si vuol vedere perfettamente devono essere corretti. Già nella popolazione infantile troviamo un bambino su quattro con occhiali. La percentuale sale nell’età adolescenziale e giovanile a causa della miopia. Alcune statistiche che si riferiscono a studenti universitari specie dell’estremo oriente danno una prevalenza di questo difetto addirittura dell’80%.

L’occhio va anche protetto da agenti fisici e, prima di tutto, da fonti luminose intense. La luce solare, i cui effetti benefici sono tanti ed importanti, può essere nociva in alcuni casi soprattutto se c’è esposizione a raggi ultravioletti. Gli occhi pertanto devono essere protetti con occhiali da sole. Ma c’è, anche, l’inquinamento luminoso ambientale.

Il problema riguarda specie le aree urbane, sempre più illuminate: dal 2012 al 2016 la percentuale di aree del nostro pianeta costantemente illuminate è salita del 2,2% ogni anno. Anche la radianza, il flusso di radiazione luminosa per unità di area, è salita dell’1,8%. E le prospettive sono negative: nel breve termine l’emissione di luce artificiale nell’ambiente continuerà ad aumentare, erodendo ulteriormente l’area di terra, che ancora gode di cicli giorno-notte illuminati naturalmente.

C’è poi il recente problema della luce blu, la cui frazione di luce blu-viola – emessa soprattutto da fonti a luce fredda – potrebbe danneggiare l’occhio umano a livello di cornea, congiuntiva, cristallino e retina. Sono in corso molti studi sull’argomento. Ancora non si hanno risultati sicuri. In definitiva non bisogna mai dimenticare che il mondo nel quale viviamo e il modo con il quale usiamo i nostri occhi non sono naturali. Il nostro dovere come persone, è di essere coscienti della fatica e dei limiti dei nostri organi, al fine di averne cura e farli durare a lungo.

Il nostro compito come medici, parallelamente, è quello di informare e rendere consapevoli le persone, affinché applichino piccoli e grandi accorgimenti di prevenzione sia, negli stili di vita sia, come vedremo nell’articolo successivo, per diagnosticare in tempo le sempre più numerose malattie degenerative legate all’invecchiamento della popolazione.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero 3_2019 di OFTALMOLOGIA SOCIALE