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Scalare l’Everest, i rischi per la salute

Monte EverestScalare l’Everest, i rischi per la salute Emorragie oculari, mal di testa, disturbi del sonno e carenza di ossigeno: lo attesta uno studio britannico 20 gennaio 2009 - Toccare la vetta più alta del mondo si scontra con i limiti strutturali dell’organismo umano. Scalare senza bombole l’Everest (8.850 metri) può comportare emorragie oculari, disturbi del sonno, letargia, problemi gastrointestinali per affaticamento e carenza di ossigeno (senza parlare dei rischi che corre la propria vita, appesa a un destino di ghiaccio e neve). Tutto ciò viene trattato in un articolo che verrà pubblicato a febbraio sulla rivista britannica The Lancet Neurology. Ricercatori inglesi ( University College di Londra e un Centro di medicina che si occupa degli ambienti estremi) hanno effettuato una serie di esperimenti nel corso di una missione sull’Everest condotta Visita oculisticadue anni fa. Ad altitudini molto elevate si può verificare un edema cerebrale (versamento di liquido nel cervello), che fa piombare in uno stato confusionale e può essere letale; l’incidenza di questa patologia, tra i lavoratori della ferrovia tibetana, è compresa tra il 45 e il 95%. Una salita lenta può prevenire tutte queste malattie, ma se si sviluppano sintomi occorre scendere rapidamente di quota (oltre a somministrare ossigeno e cortisone). In ogni caso, l’articolo prende in esame anche una serie di fattori genetici e dimostra come il ‘mal di montagna’ colpisca in modo diverso un individuo dall’altro. “In montagna – spiega Silvia, medico oculista della IAPB Italia onlus (numero verde 800-068506) –, anche senza arrivare a condizioni estreme, si possono verificare emorragie sotto la congiuntiva a causa della diminuzione della pressione atmosferica. In genere si riassorbono naturalmente nel giro di qualche giorno; ma esistono dei colliri (a base di eparina) che possono facilitare la guarigione”. Scalato per la prima volta nel 1953 da un neozelandese (Edmund Hillary) e da uno sherpa, l’Everest fu nuovamente conquistato nel 1978 da Reinhold Messner e Peter Habeler senza ricorrere alle bombole. Referenza originale: Mark H Wilson, Stanton Newman, Chris H Imray, “The cerebral effects of ascent to high altitudes“, Lancet Neurol 2009; 8: 175-91

Fonte: The Lancet Neurology


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