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Quando l’Alzheimer si vede già negli occhi

cervelloQuando l’Alzheimer si vede negli occhi Si sono osservati accumuli di proteine nel cervello con la PET: possibile una diagnosi precoce 21 giugno 2010 - Battere sul tempo l’Alzheimer, una malattia degenerativa che logora la memoria e l’intelligenza. Anche se attualmente è considerata incurabile, forse sarà possibile curarla in futuro. La diagnosi precoce sarà però essenziale: il primo passo lo si può già fare oggi esaminando attentamente il fondo oculare , che rappresenta una ‘finestra’ sul cervello, che comunque si può esaminare anche grazie a specifiche tecniche di imaging . Infatti, accumuli di proteine (dette beta-amiloidi) possono precorrere di una decina d’anni l’insorgere della demenza senile; quando sarà disponibile una terapia efficace, quindi, la si potrà adottare prima che si verifichino danni neurologici. Allo stato attuale, invece, per la prevenzione bisogna puntare allo stile di vita: occorrono una dieta equilibrata, l’esercizio fisico regolare e l’allenamento mentale costante. Le frecce indicano la testa del nervo ottico, colpita da degenerazione anche in caso di glaucoma Un nuovo studio condotto presso la Austin University, in Australia, e presentato dalla Società di Medicina Nucleare in occasione del suo 57° congresso annuale, ha confermato che l’accumulo di proteine indesiderate nel cervello è un segno importante per prevedere la malattia di Alzheimer o il suo peggioramento. Parliamo di una patologia neurodegenerativa che compromette i centri del cervello deputati al controllo della memoria, del linguaggio e di altre funzioni essenziali. Già all’inizio dell’anno, tuttavia, oculisti dell’Università di Londra (UCL) – grazie a un oftalmoscopio laser e a una sostanza fluorescente – avevano reso noto di aver individuato delle cellule morte nella testa del nervo ottico di cavie di laboratorio che erano state – per così dire – ‘soffocate’ dalle beta-amiloidi. La causa era, appunto, l’Alzheimer ( clicca qui per leggere la notizia sulla ricerca). I ricercatori australiani di Melbourne e di Perth hanno usato, invece, la tomografia a emissione di positroni (PET) per individuare le placche beta-amiloidi nel cervello. Allo studio hanno preso parte duecento anziani, di cui 34 erano già manifestamente affetti da Alzheimer mentre altri 57 soffrivano di disturbi cognitivi moderati. Dopo due anni i ricercatori hanno concluso che le placche che danneggiano il cervello si sviluppano lentamente, ma aumentano di ben 13 volte il rischio di un peggioramento dell’Alzheimer (entro 20 mesi). Le persone più a rischio sono coloro che hanno altri casi in famiglia di Alzheimer e che soffrono di un peggioramento della memoria: a questi si consiglia vivamente un controllo medico. “In futuro lo sviluppo di un farmaco efficace contro l’amiloide – ha concluso Christopher Rowe dell’Austin Hospital di Melbourne – potrà essere in grado di bloccare lo sviluppo della demenza se somministrato precocemente, prima che si verifichino estesi danni cerebrali”.

Fonti: Austin University , Society of Nuclear Medicine, University College of London.

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