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Cecità alla nascita, come cambia il cervello

Cataratta congenitaCecità alla nascita, come cambia il cervello Le aree della corteccia deputate alla visione vengono “riconfigurate” per migliorare l’udito 24 agosto 2015 - Se si nasce ciechi, ad esempio a causa di una cataratta congenita, il cervello cambierà per sempre. L’area della corteccia cerebrale dedicata alla percezione delle immagini – principalmente nella parte posteriore della testa – si “riconfigura” infatti in modo tale da migliorare la percezione dei suoni: ciò si verifica grazie alla “plasticità crossmodale” (secondo la definizione degli scienziati). Ciò significa che le nuove connessioni tra neuroni nella stessa area cerebrale possono migliorare le prestazioni di sensi diversi. é quanto si evince da uno studio pubblicato dalla rivista Current Biology . Una volta ripristinata una corretta visione dopo l’operazione di cataratta, si tende a mantenere migliori prestazioni uditive. Insomma, l’architettura cerebrale è fortemente condizionata dalla prime esperienze di vita: anche se la privazione della vista dura poco, la corteccia si riorganizza in modo differente e, in una certa misura, in modo permanente. Per questo è fondamentale un visita oculistica anche alla nascita e, in caso di necessità, un intervento chirurgico tempestivo. La plasticità, infatti, caratterizza il nostro cervello soprattutto nei primi anni di vita; se, invece, si interviene tardivamente il recupero visivo sarà molto più difficile. “Come hanno dimostrato molti studi di neuroimaging , una cecità permanente insorta precocemente – scrive l’Università di Trento – altera la risposta neurale della corteccia visiva e determina una riorganizzazione di compensazione del lobo occipitale. Quest’area, deputata all’elaborazione degli stimoli visivi, si attiva durante la percezione di stimoli uditivi. E proprio questo reclutamento delle aree visive per l’esecuzione di compiti uditivi sarebbe alla base delle migliori prestazioni degli individui ciechi congeniti quando devono elaborare stimoli sensoriali diversi“.

Fonti: Current Biology, Università di Trento

Ultima modifica: 26 ottobre 2015


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